STORIE OLTRE L'ARCO

Ogni mese pubblichiamo articoli e interviste su arte e creatività che raccontano ciò che accade oltre l'uscio. Oltre l'arco, appunto. Per guardarci intorno, esplorare il mondo fuori e cercare storie. Storie che ci appassionano e che speriamo piacciano anche a te.

 

Intervista a
Libri Finti Clandestini

Un collettivo cosmopolita e in passamontagna restituisce valore alla carta trovata in giro

Fotografie in b/n su pellicola
© Tanguy Bombonera

Video stop-motion

© 2 M to M - Animation Studio

Fotografie a colori
© Libri Finti Clandestini

Fotografia con maschere
© Lucrezia Di Carne

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Ha partecipato a fiere internazionali di arte, editoria e design, dal Canada al Giappone, dalla Korea al Regno Unito, ed è finito su importanti riviste di settore.
Tra esplorazioni in luoghi abbandonati, collaborazioni insolite, sperimentazione e ricerca costante il collettivo
Libri Finti Clandestini esprime la passione per la carta stampata e la grafica in chiave ecosostenibile e ad impatto zero, riutilizzando edizioni di libri vintage, prove di stampa e scarti di tipografia per creare autoproduzioni indipendenti uniche e originali. Da dieci anni.

Come nasce LFC e a quale immaginario rimanda? Quali sono gli obiettivi del collettivo?

Libri Finti Clandestini è un progetto editoriale sperimentale nell'ambito del riciclo, in relazione all'editoria e al design, il cui scopo è quello di realizzare veri e propri libri (sketchbook, taccuini, diari di viaggio, libri oggetto e chi più ne ha ne metta) usando solamente carta trovata in giro.

 

Andando a ritroso nel tempo, il progetto LFC nasce come scommessa durante un Erasmus a Rotterdam nel 2010, e da allora si è sempre basato sulle passioni dei membri fondatori del collettivo (Aniv Delarev, El Pacino, Yghor Kowalvsky) quali editoria e libri oggetto, grafica, attenzione all’ambiente e al “riuso di quello che c’è gia”, concetto alla base della filosofia della decrescita.

 

Sviluppatosi poi nel 2013 tra Roma e Milano attraverso collaborazioni con illustratori, stampatori e artisti, il progetto è diventato in qualche anno una concreta realtà nel panorama delle autoproduzioni indipendenti, venendo distribuito in un centinaio di librerie e negozi tra Europa, America e Asia.

 

L'obiettivo del progetto LFC è dare vita a qualcosa di utile, ben fatto, originale, sfruttando appunto quella "carta trovata in giro" a cui si accennava prima, che la gente considera spazzatura: si potrebbero elencare scarti di tipografie, prove di stampa e carte di avviamento, sacchetti della spesa, poster, buste, sacchetti del pane, persino carta da parati.

 

Tutte le produzioni LFC si basano infatti  sul riutilizzo di scarti cartacei provenienti dai luoghi più disparati: laboratori di stampa, fabbriche abbandonate in giro per l'Europa, università, biblioteche e magazzini, festival, case di amici...

 

La carta, una volta recuperata, viene dunque pazientemente assemblata e rilegata a mano, trasformata in quaderni, sketchbooks, notebooks o libri con copertina rigida pronti per essere disegnati, scritti o per assumere qualsiasi altro significato il possessore voglia dargli o in piccole edizioni di libri pop up che hanno come soggetto dei personaggi provenienti da un immaginario di fine ‘800 / inizio ‘900 (nella pratica trovati in vecchie enciclopedie, libri o, banalmente, su internet) che prendono vita all’apertura delle pagine attraverso meccanismi di taglio/piega.

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Ci sono state influenze determinanti per LFC?

Le influenze che hanno fatto sì che potesse nascere il progetto LFC sono molte, e soprattutto in molti campi; senza citare nomi particolari, cercando di ricordarsi, viene in mente che il progetto è nato ispirandosi a (principalmente) altre piccole realtà di grafica, editoria e inerenti al libro, ma varie suggestioni sono provenute (e provengono) da diverse fonti: fotografie e fotografi, romanzi, cartine geografiche e viaggi, film ed epiche partite di calcio, mercatini dell’usato e semplici letture di libri.

In che modo allenate e raffinate il vostro processo creativo?
Il vostro progetto è a impatto zero. Soprattutto in questo momento storico, può la creatività non tenere conto della cura dell’ambiente?

Il segreto potrebbe essere nella sperimentazione! Nel “lasciarsi andare”, senza sottostare troppo alle regole; perlomeno, conoscerle, e un po’ fregarsene. Per fare un esempio in breve, più legato (appunto) agli esperimenti tipografici che stiam facendo ultimamente: lavorando con 5x Letterpress ci siam messi a stampare matrici di vario tipo (non solo caratteri classici di legno e piombo o matrici di linoleum), bensì superfici di plexiglass, pezzi di pavimento, pluriball e robe simili da cui son venute fuori cose molto interessanti!

Se avessimo proposto una cosa così a una tipografia “classica” ci avrebbero riso in faccia -  eheh.

 

Per quanto riguarda il progetto LFC, l’impatto è zero, esatto, o per lo meno, l'idea è quella!

Onestamente, niente al mondo d'oggi è a impatto zero, perché, se ci pensi, anche il solo fatto di prendere la macchina per andare a recuperare la carta ha un impatto; "fortunatamente", LFC è arrivato prima delle mode "upcycling", "economia circolare", "green economy" - che per carità, ben venga! Ma molte volte sembra solo un aspetto di facciata - e quindi è nato, come dicevamo all'inizio, per una vera e propria filosofia, un’idea e stile di vita a cui stare attenti!

 

Dunque, per rispondere in modo definitivo: sì, al giorno d'oggi per forza deve tenere conto dell'impatto ambientale.

 

Perlomeno, appunto, sarebbe bello se chi progetta e propone le cose, non lo facesse solo per vendere, ma credesse sul serio a quello che fa.

La vostra uscita urbex e il "bottino" più entusiasmanti.

Ce ne sarebbero un po' da raccontare! Dunque, uno dei bottini più esaltanti è stato il ritrovamento di una serie di libri di chimica/tessuti/macchinari tessili (una sorta di piccola "biblioteca") all'interno di una fabbrica abbandonata nel nord Italia: un tesoro incredibile!

Qui c'è un resoconto di quell'esplorazione.

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Quali sono i vostri progetti in corso? Potete spoilerarci qualche idea futura (collaborazioni, nuove declinazioni di LFC...)?

Sì, per la mente ci frullano spesso varie idee contemporaneamente: una a cui stiam lavorando da qualche mese e che ha già dato vita ad alcune cose è una collaborazione con "DEM" e 5X Letterpress: insieme abbiamo stampato a mano vari tessuti con il nostro tirabozze sfruttando matrici di vario tipo (plexiglass, matrici di linoleum intagliate da Dem, mdf, caratteri di legno e altro); da questi nasceranno magliette -  pezzi unici - molto matte e colorate e (sono già nate) delle maschere particolari, cucite a mano dallo stesso Dem durante una sua residenza a Centrale Fies di inizio febbraio.

Foto di © Lucrezia Di Carne

Un altro progetto che invece avrà bisogno di più tempo, a cui però stiam già lavorando insieme agli amici di 5X Letterpress e Spazienne, è un progetto che si basa sulla parola tedesca Ruinenlust (cioè il sentimento che si prova di fronte a luoghi diroccati e antiche rovine, vestigia del passato che ci ricordano l’inesorabile e malinconico scorrere del tempo), dedicato alle esplorazioni di spazi abbandonati in cerca di materiale da riutilizzare (quindi in linea con tutta la nostra filosofia del riuso) per questo vorremmo creare una piccola edizione in tiratura limitata di alcuni libri che descrivono bene questa nostra ricerca e fanno capire lo spirito che c'è dietro.

Scopri di più su Libri Finti Clandestini

Intervista a cura di Davide Armento

Libri Finti Clandestini
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Libri Finti Clandestini
Libri Finti Clandestini

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Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera
Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera

Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera
Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera

Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera
Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera

Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera
Fotografie b/n su pellicola di Tanguy Bombonera

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Intervista a
Il femminismo tradotto

Femminismo intersezionale

senza confini

con

Valentina Pesci

Clarice Santucci

Erica Francia

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Tre amiche, i loro studi, i loro interessi, le loro esperienze, mischiati al desiderio di farne qualcosa; poi, il lockdown.

Un progetto di traduzione di articoli scelti da riviste internazionali seguendo il filo conduttore dei diritti delle donne, di tutte le donne. La volontà di integrare nella propria cultura di riferimento – che è specifica: occidentale e italiana – prospettive altre, forse spaesanti, ma necessarie per conquistarsi strumenti più fini e confrontarsi con la complessità di quel che accade nel nostro contemporaneo.

Lavorare per rendere “le voci degli altri” disponibili anche in lingua italiana e parte anche dei nostri discorsi, dimostrando che l’una non esclude l’altra, anzi, che quando il confine si sfuma si genera spazio.

Una dimostrazione del fatto che creatività significa prendere quello che si ha, le proprie idee, le proprie energie, e farne qualcosa, metterle in campo e trovare le parole per costruire e aggiungere quel pezzetto di realtà in cui si crede.

Quali sono i vostri riferimenti personali? Ovvero quelle figure della Storia (anche contemporanea) che hanno segnato tappe importanti della vostra consapevolezza e l’hanno ben nutrita – e che, più o meno direttamente, potreste riconoscere come ispirazioni anche per il vostro progetto.

E: Non sono sicura che ci siano state delle vere e proprie figure che mi hanno formata. Mi sono avvicinata al femminismo più a causa di vissuto e di esperienze personali che mi hanno costretta a riflettere su determinati temi e non tanto grazie ai testi, infatti è stato più seguire le attiviste e i collettivi che mi è stato d’aiuto. Nonostante ciò ci sono state scrittrici e musiciste che con le loro opere mi hanno toccata e che sono state importanti per la mia crescita: Charlotte Perkins Gilman col suo racconto La carta da parati gialla, Kate Chopin con Il Risveglio e Patti Smith quando in un concerto che sembrava più un rito sacro, parlava di come tutte le persone siano connesse e iniziava a cantare People Have The Power.

V: Come molte cose nella mia vita, credo di aver capito che certe problematiche che avevo riscontrato nella vita di tutti i giorni come donna fossero condivise anche da altre attraverso i romanzi, grazie a scrittrici come Janet Winterson, Toni Morrison e Angela Carter. A una vera letteratura critica sul femminismo mi sono avvicinata più avanti, in particolare durante la tesi magistrale con i testi di Donna Haraway. Non mi ripeterò rispetto alle mie colleghe, ma ci tengo a menzionare Non Una di Meno e le tante persone che si impegnano nel diffondere consapevolezza su queste tematiche. Ci sono davvero tanti esempi da cui trarre ispirazione, questo mi dà speranza e motivazione.

C: Il mio primo incontro con il femminismo è avvenuto attraverso Memorie di una ragazza perbene di Simone De Beauvoir. La mia professoressa di francese del liceo mi accennò all’opera della filosofa e anni dopo, in un momento particolare e doloroso della mia vita, sentii la necessità di cercare punti di riferimento e risposte a domande che si facevano sempre più pressanti. Oggi guardo alle donne che ci mettono la faccia negli ambiti più disparati: da Vera Gheno ad Alexandra Ocasio Cortez, fino alla mia coetanea Espérance Hakuzwimana Ripanti.

Raccontateci com’è nato questo progetto: quando, come, dove, perché. Vi ricordate il momento esatto in cui è arrivata l’idea o quello in cui avete capito che stavate parlando di qualcosa che stava già da sola acquisendo corposità e una certa forma di realtà?

E: Durante il primo lockdown ho iniziato a sentire una certa smania. Leggevo spesso articoli in inglese sul femminismo, in particolare quello intersezionale, mentre facevo un po’ più fatica a trovare testi simili in italiano. Era da un po’ di tempo che pensavo di voler fare un progetto di traduzione, così ho pensato che poteva essere una buona idea cercare di trasportare in italiano degli articoli che parlavano di femminismo intersezionale. Mi sono venute in mente subito Clarice e Valentina perché sapevo che entrambe erano brave traduttrici e che eravamo sulla stessa linea di pensiero grossomodo, quindi le ho contattate e da lì è iniziato tutto. Credo però che i momenti in cui io ho capito che stava tutto accadendo davvero siano stati due: uno quando ci siamo trovate per scrivere insieme il testo della mail in cui chiedevamo il permesso alle riviste che ci interessavano di poter tradurre i loro articoli, l’altro quando abbiamo messo online il sito. In quell’occasione c’è stata un’esplosione di gioia.

V: Personalmente sentivo la necessità di fare qualcosa da tempo, ma non ho mai avuto la spinta o il coraggio di metterla in atto. Poi, Erica, che avevo conosciuto durante un viaggio in macchina per andare a un corso di traduzione, mi ha proposto questo meraviglioso progetto, al quale mi disse avrebbe partecipato anche Clarice, anche lei conosciuta a un corso di traduzione. Dai discorsi fatti con Erica sapevo che saremmo state d’accordo sulle tematiche da affrontare, perciò non ho avuto esitazioni nell’accettare la proposta.

C: L’ideatrice del progetto è Erica, di cui sono amica dal primo anno di università. L’interesse per il femminismo ci accomuna da sempre e quando mi ha proposto di creare il blog insieme a Valentina, non ho potuto che accettare. È stato un mondo per dar voce a un bisogno di fare attivismo che mi portavo dentro da tempo. Abbiamo iniziato a lavorarci intorno a ottobre 2020, complice la quantità di tempo a disposizione per il lockdown e la necessità di dedicarsi a qualcosa di bello.

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Cos’è per voi, personalmente, la traduzione, che cosa vi fa innamorare dell’atto del tradurre? In sostanza, perché lo fate e com’è iniziata questa passione - lavoro.

E: Quando ero piccola mi piaceva molto colorare coi pastelli a cera. Non ero brava e combinavo dei gran casini, però era un’attività che riusciva sempre ad assorbirmi completamente e felicemente. Per la traduzione è un po’ la stessa cosa: lo faccio perché amo giocare con le parole ed è un’attività che sebbene costi fatica è un tipo di fatica gioiosa e soddisfacente. Per me tradurre significa svuotarsi, dimenticarsi e lasciare che la voce di qualcun altro diventi la tua. Non riesci più a capire dove inizi tu e dove inizia l’Altro. Lo trovo meraviglioso.

V: Quello che mi affascina della traduzione, oltre al poter combinare la mia passione per la scrittura e le lingue, è che si tratta di una costante scoperta. Tradurre un testo è sempre un’avventura, non è mai uguale, non è statico.

C: La traduzione è sempre stata un qualcosa di molto naturale nella mia vita: sono mezza polacca da parte di madre, che era a sua volta una traduttrice e appassionata di lingue, mentre mio padre ha vissuto molti anni negli USA, e ha mantenuto i legami con quella terra e con le persone che ha conosciuto. Posso dire che sin da piccola mi sono ritrovata in un ambiente multilingue e multiculturale, in cui la traduzione era presente come necessità in tantissime forme.

In che modo sentite la vostra voce mentre date voce a qualcun altro? (Come) Si conciliano le due cose? Raccontateci com’è da vicino, per voi che la vivete, la creatività dello scegliere le parole giuste (o le migliori possibili) affinché non solo riportino correttamente il senso, ma rispecchino il pensiero di chi sta parlando e anche in un certo senso sappiano ricreare un’atmosfera, la totalità di quello che cerca di comunicare la persona che state traducendo.

E: Alcuni studiosi hanno sostenuto che tradurre sia un atto impossibile. Spesso in Italia si sente la frase “tradurre è tradire”, io credo invece che si possa dar voce senza tradire quella stessa voce. Certo, tradurre non è mai un atto neutro. Non lo è nella scelta dei testi che vengono tradotti e non lo è nell’atto stesso della traduzione, tant’è che per descrivere l’atto del tradurre spesso si è ricorsi a metafore che rieccheggiano la guerra, come se il testo andasse conquistato, vinto da chi traduce. Credo che questo tipo di approccio sia rischioso, io cerco sempre di tenere presente la voce autoriale e quella del testo e conciliarle, per quanto possibile, con le esigenze del lettore italiano. La traduzione perfetta, la traduzione definitiva non esiste: si devono compiere sempre delle scelte.

V: Il traduttore dovrebbe essere essenzialmente invisibile, tuttavia credo che la sua voce si senta in ciò che sceglie di tradurre (quando si ha la possibilità di farlo) e proprio nella cura che mette nella scelta di usare una parola piuttosto che un'altra per trasportare al meglio il messaggio. E la scelta della parola giusta è il risultato di una costante ricerca volta a riportare l’atmosfera del testo di partenza, senza rendere difficoltosa la lettura per il pubblico d’arrivo. È uno studio attento, ma poi alla fine per me è più che altro una questione di sensazioni.

C: Scegliere le parole con cura è una buona pratica e non andrebbe messa in atto solo quando si traduce. Io faccio tanta ricerca su quello che traduco proprio per essere il più fedele possibile al significato del testo di partenza e allo stesso tempo provo ad adattare tantissimo il testo di arrivo per farlo risultare più scorrevole e consueto agli occhi dei nostri lettori e delle nostre lettrici. È un dissidio testuale arduo, le due colleghe a cui tocca revisionarmi ne sanno qualcosa!

il femminismo tradotto foto Valentina-we

A proposito del tema che avete scelto per voi (è corretto dire “come vostra battaglia”?): femminismo intersezionale. Cosa significa e perché l’avete scelto? Quali sono gli obiettivi del vostro progetto? Quali i vostri riferimenti culturali contemporanei?

E: Direi che battaglia è abbastanza accurato come termine. Quando si parla di femminismo spesso le persone non capiscono che non si sta parlando semplicemente di pari opportunità ma di un vero e proprio movimento politico-filosofico che dura da secoli e con diverse correnti al suo interno. Il concetto di intersezionalità è stato coniato da Kimberlé Crenshaw, una giurista e attivista afroamericana, nel 1989. Spesso il femminismo non si è occupato dei problemi di tutte le donne ma solo dei problemi delle donne bianche, intersezionalità significa riconoscere non solo la discriminazione che avviene sulla base del genere ma anche quella di razza, di orientamento sessuale, di classe. Il femminismo per me è un movimento politico e filosofico che trova il suo senso nel momento in cui si oppone a una visione piramidale della società, il femminismo intersezionale ci dice che non ha senso lottare per i diritti di alcune donne (vedi: donne bianche, cisgender e borghesi), ma bisogna lottare per i diritti di tutte le donne, nessuna esclusa. Quindi non ha senso di esistere un femminismo che non sia antirazzista, che non sia anticapitalista e che non sfidi il controllo patriarcale esercitato sui corpi, sulle identità di genere e sulla sfera sessuale.

V: Aver scelto di parlare di femminismo intersezionale viene dalla convinzione che se si vuole lottare per i diritti, si deve lottare per i diritti di tutti. Non possono esserci pari diritti se si esclude qualcuno. Viviamo in un’epoca estremamente affascinante in cui abbiamo la possibilità di scoprire esperienze lontane dalla nostra solo accendendo il telefono, e tuttavia c’è ancora molta paura di fronte a ciò che è visto come diverso e si cerca di relegarlo ai margini. Usare la nostra piattaforma per dare voce a chi non sempre viene ascoltato, avvicinando anche ciò che sembra lontano, è il nostro obiettivo principale.

C: Essere femministe intersezionali significa abbracciare la complessità della nostra società, in cui le categorie discriminatorie si sovrappongono l’una con l’altra. Per fare un esempio pratico, la mia esperienza di donna bianca è sicuramente diversa e in linea di massima più semplice rispetto a quella di una donna di colore o asiatica, e riconoscerlo è il primo passo per cambiare le cose. Ti ringrazio per aver usato la parola “battaglia”, nel nostro piccolo credo che lo sia. I nostri obiettivi principali sono rendere fruibili al pubblico italiano dei contenuti spesso complessi e non di facile interpretazione e dar spazio a tematiche che faticano a trovarne nel nostro Paese, per questioni anche di natura culturale.

La vostra esperienza riguardo questa modalità di lavoro: tra pari (e tra amiche), auto-prodotta e auto-gestita, auto-finanziata. Come la vivete? Avete supporto dalla vostra rete personale? Come si concilia con tutto il resto delle vostre vite? Come vigilate sulla sua sostenibilità?

E: Poter confrontarmi con persone che considero mie amiche per me è molto stimolante e fonte di grande gioia. L’ambiente è molto rilassato e forse proprio per questo molto stimolante, non ci giudichiamo tra di noi e cerchiamo sempre di trovarci a metà strada. Sono molto grata di aver trovato delle persone con cui è bello lavorare e confrontarsi, non so cosa avrei combinato senza di loro. La mia rete personale mi sostiene e si è sempre mostrata molto interessata al progetto, quindi non posso lamentarmi! (Qualcuna ci fa pure le interviste!)

V: Lavorare insieme, in un ambiente rilassato e aperto a discutere nuove idee, è stimolante e formativo. Sto imparando molto dal modo di lavorare e dalle traduzioni di Erica e Clarice, e non meno importante dai loro consigli al momento della revisione degli articoli che ho tradotto. Le persone con cui ho parlato del progetto mi hanno dato tanti riscontri positivi e le persone a me più vicine mi sostengono.

C: Il nostro è un ambiente estremamente rilassato e tranquillo, e siamo riuscite ad organizzarci in maniera che resti tale. Faccio cose che amo e non mi pesa, anzi, colgo sempre l'occasione per imparare qualcosa di nuovo. La mia rete personale mi sostiene tantissimo, segue con tanto entusiasmo il progetto e mi riempie di feedback interessantissimi sugli articoli.

il femminismo tradotto foto Clari-web.jp

Stato attuale del progetto: come sta andando? State incontrando delle resistenze? Come sta evolvendo, si sono aperte prospettive?

E: Il progetto sta andando molto meglio di quel che avevo preventivato. Abbiamo ricevuto diverse autocandidature, cosa che non ci aspettavamo. Persone che hanno visto il sito e si sono proposte per tradurre o per tenere delle rubriche, attualmente sono tutte al vaglio ma c’è molto che bolle in pentola!

V: Penso che stia andando piuttosto bene. Questo è davvero motivante, oltre alle rubriche già avviate o che stanno per partire, speriamo di poter avere la possibilità di partire con altri progetti nel prossimo futuro.

C: Il progetto procede molto bene, tant’è che abbiamo iniziato una piccola rubrica di recensioni cinematografiche che si chiama Femflix e a breve faremo lo stesso con i libri. Abbiamo ricevuto tante richieste di collaborazione e stiamo valutando di iniziare a tradurre anche da altre lingue.

Cosa è accaduto che non vi sareste mai aspettate e cosa sperate accada.

E: Non mi aspettavo di ricevere così tanto sostegno e interesse, sia dalla mia rete personale sia invece dal mondo esterno. Abbiamo davvero ricevuto una risposta sorprendente calcolando i nostri mezzi molto limitati, per certi versi è stato scioccante! Sempre più persone ci seguono, questo ci fa molto piacere e nessuna di noi se lo aspettava! Spero che le cose continuino a progredire e di poter raggiungere sempre più persone.

V: La risposta di chi ha cominciato a seguirci è stata di certo sorprendente, ma quello che ancora agli inizi del progetto mi ha colpito è stata la risposta positiva di molte delle riviste straniere contattate, soprattutto quelle che ci hanno dato fiducia prima ancora che andassimo online, quindi non avevano nessun modo per valutare la nostra effettiva serietà. La speranza è quella di poter raggiungere sempre più persone e sicuramente quella di rendere la traduzione un lavoro a tutti gli effetti.

C: L’entusiasmo e il supporto con il quale il progetto è stato accolto sono stati sorprendenti e ci spingono a fare sempre di più e meglio; personalmente sono davvero felice di ricevere i complimenti da tante colleghe. Spero che un giorno quello che facciamo possa trasformarsi da passione in lavoro.

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Consigli per tutti coloro che hanno idee potenti ma tentennano.

E: Iniziare. Buttatevi. Smettete di pensare e fate qualcosa. Qualsiasi cosa. Si pensa sempre di non essere abbastanza bravi, abbastanza intelligenti, insomma di non essere abbastanza. Provate a fare: vi accorgerete che siete molto più di non abbastanza.

V: È banale, ma provarci. Non dico che non ci saranno delle battute d’arresto o delle delusioni nel proprio percorso, le abbiamo tutti. Non dirò nemmeno che sono quelle a farvi crescere, perché siamo onesti, crescita o meno, tutti ci risparmieremmo quelle sensazioni. Però, senza provarci ci perderemmo anche le cose positive e le persone fantastiche che potrebbero sostenerci e accompagnarci nel viaggio, e quelle valgono davvero un tentativo.

C: Ascoltarsi e non avere paura, o almeno, non troppa.

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Intervista a cura di Arianna Migliari

 

Intervista ad
Avanterra

Un collettivo in streaming

con

Leonardo Petrini

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Qualche mese fa ho scoperto un progetto pilotato da giovani creativi, senza una sede fisica, operanti solo sulla rete, eppure straordinariamente concreti nel portare avanti le proprie idee. 

 

Ho scoperto Avanterra.

 

Avanterra nasce da un gruppo di sette ragazzi residenti in varie zone d’Italia, con differenti abilità e competenze, che del gioco di ruolo hanno fatto un’idea progettuale, da perseguire con tenacia, grinta e soprattutto passione. In modo costante e strutturato si occupano di sincronizzate attività atte all’organizzazione, operatività e promozione del Progetto e lo fanno in maniera del tutto autofinanziata con video educativi su Youtube, e attraverso sessioni di “actual play” live su Twitch.

 

Per questi giovani giocatori interpretare un ruolo, creare scenari e simulare storie non è solo un atto ricreativo e d’intrattenimento…E’ dare cornice ad un’evasione virtuosa, che possa stimolare l’immaginazione, il confronto, la capacità di tessere nuovi legami, in cui i protagonisti scelgono di vestire abiti immaginari, d’ogni epoca e cultura, mescolando la loro reale identità con esistenze di variegate fattezze, dando vita ad un momento performativo fatto di tempi da rispettare, ruoli da perseguire, usi e costumi da conoscere e da mettere in scena con rigore, cura del dettaglio e vivacità; perché i ragazzi di Avanterra non giocano da soli, chiusi in una stanza, ma si esibiscono con coraggio e serietà attraverso vere e proprie drammatizzazioni virtuali, si prendono la responsabilità di raccontare qualcosa in modo strutturato, accattivante, che possa divertire, certo, ma anche far riflettere: i personaggi interpretati sorridono, soffrono, spaventano… E la rappresentazione simbolica delle emozioni, come nel Teatro, permette di comprendere meglio se stessi, creando un’interazione tra spettatore e giocatore dal sapore evanescente, eppure incredibilmente intenso. 

 

Di Avanterra ho parlato a lungo con Leonardo, realizzando assieme un’intervista che non solo permettesse di far conoscere il loro Progetto, ma soprattutto potesse rappresentare l’occasione per far riflettere sulle potenzialità del “gioco”, il cui valore non è solo legato al bambino, come spesso si sente dire in diversi ambiti (pedagogici e non), ma che, intramontabile, investe ogni età e contesto, epoca e cultura, perché, se frutto di menti fervide e brillanti, è sempre uno speciale ponte per migliorarsi. 

I canali di Avanterra

Instagram

Youtube

Twitch

estratti intervista

[...] il gioco di ruolo è un gioco in cui al centro c'è l'immaginazione, la fantasia e l'interpretazione di una persona, di un personaggio diverso dal nostro…Quindi è un gioco molto particolare [...]

[...] Avanterra è riuscire ad aiutare le persone che ci guardano ma anche noi stessi nell’ immaginare ed avere una creatività quanto più sviluppata possibile… Infatti giocare insieme, anche con chi ci segue, è un elemento fondamentale del poter condividere una storia che è intima per noi e per chi ci segue [...]

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[...] A differenza di un progetto dove io faccio streaming di un videogioco, qui c'è proprio la preparazione di un'avventura, quindi c'è anche tutto un comparto un pò più creativo fatto del dover leggere un'avventura, studiare il mondo in cui si va ad incastrare l'avventura; è importante che ci sia una coerenza in quello che si porta “…” Ci sono competenze più creative, poi ci sono quelle tecniche e anche poi di marketing: come rendi fruibile il contenuto… come vieni reso noto al pubblico [...]

[...] In generale, ci sono state tante pubblicazioni negli ultimi anni che portano il gioco di ruolo come strumento educativo, proprio perché basato sulla creatività, sull’immaginazione, che oggi tanto manca…in realtà è vero siamo molto visivi, abituati al tutto e subito e le nuove generazioni ancora di più, quindi sicuramente risponde all'esigenza anche di avvicinare (i più giovani soprattutto ma anche noi, cioè io stesso alla fine ho 27 anni, e quindi vengo dalla generazione che ha iniziato col computer) maggiormente alla creatività, alle emozioni, al sapersi un po' leggere dentro…Perché comunque giocare di ruolo ti porta davanti a situazioni anche molto drammatiche che magari non è quello vivi tutti i giorni nella tua vita reale “…” e poi si è in un gruppo e, soprattutto in ottica pandemica, siamo portati ad essere soli in questa vita ed invece nel gioco di ruolo tu crei la narrazione con altre persone e quindi impari anche a stare in gruppo, ad essere empatico … 

Noi di Avanterra lo definiamo un gioco intelligente…

L’esperienza ludica insegna non insegnando [...]

Scopri di più su Avanterra

Intervista a cura di Claire Becchimanzi

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