LA MUSICA

CAMBIA

CAMBIA

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La musica cambia magazine posterzine

Intro a cura di
Alberto Pioppi

Sociologo del Territorio
Interviste a cura di
Alberto Pioppi e Arianna Migliari

Ricordi la prima volta che hai suonato uno strumento?


Avrai sicuramente sentito un brivido lungo la schiena al primo accordo che finalmente esce nella tonalità giusta. E da lì in poi un fiume in piena di emozioni, di ore dedicate, di aspettative, di gioie e di delusioni.

Ricordi la prima volta che hai scritto le parole di un testo?

Non puoi avere dimenticato la sensazione di compimento nel rileggerle, nel cambiarle, nel provare a musicarle e nel riuscire alla fine a cantarle. 


E quanti come te, prima di te e dopo di te.

Persone diverse, per età e per gusto musicale, per propensione al sacrificio
e per predisposizione alle scelte, e scegliere vuole anche dire rinunciare
ad altro. Ma tutte accomunate da un'unica certezza: la musica cambia.
Non puoi più essere la stessa persona se ti accompagni con lei, se le concedi spazio, se la metti in cima alle priorità, se la elevi a destino, se la tatui sul cuore. La musica cambia perché il mondo cambia, esige aggiornamenti e nuove modalità di interpretazione e di espressione.


La musica cambia nel tempo e cambia il tuo tempo.

 

Questo concetto è stato l'orizzonte che con questo progetto abbiamo voluto esplorare, abbiamo voluto mettere sotto la stessa luce emozionale diverse storie di diversi artisti, diverse conquiste e diverse visioni. Raccontare i vostri vissuti e le vostre sensazioni, accorpandole ed avvolgendole ad un tronco comune che sempre di più si nutre di nuove storie per far nascere foglie di rinnovata verdità, è stato per noi entusiasmante. Ma La musica cambia è un progetto che non ha una fine, può e deve arricchirsi di nuove energie e di nuovi pensieri, perché la musica è infinita così come è infinita l'anima che la attraversa e che la rende unica.

 

Questo è il motivo per cui vogliamo creare uno spazio virtuale in continua espansione e aggiornamento, in cui portare avanti la nostra ricerca e le risonanze comuni che si attivano leggendo racconti di vita vissuta.

 

Progressivamente vedrete costruirsi questo longread fatto di testi, audio e immagini, in cui parliamo di musica e al quale chi vuole può aggiungere un pezzo, la sua storia, e intrecciarla con l’ordito comune.

 
 
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LE INTERVISTE

 

Ápeiron

Irene Poziello voce Fabian Arduini basso Davide Davoli chitarra Gian Maria Guerra batteria

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Gli Ápeiron sono un gruppo rock emergente di Novellara. Nati nell'agosto 2014, si occupano per lo più della composizione e dell'esecuzione di brani originali. Il loro primo singolo si intitola Tears.

Allora ragazzi, diteci: chi siete?

Siamo quattro persone, due delle quali si conoscevano dal 2014, e poi pian piano abbiamo messo su il bassista che poi ci ha portato la nostra cantante, nel 2016. Facciamo musica e fin dall’inizio abbiamo deciso di scrivere i pezzi che suoniamo. All’inizio era  un gran flusso di coscienza, uno stream of consciousness alla Joyce: tutto fluiva per mezzo della musica e delle parole (30 minuti a pezzo era lo standard). Questo ci ha formato tantissimo nel nostro modo di suonare ed è anche stato un grande allenamento per il modo in cui, per suonare quei pezzi, dovevamo coordinarci e stare sul palco. Oggi le cose sono un po’ cambiate: il sound è rimasto (l’influenza psichedelica e la voglia di sperimentare) ma in una forma più circoscritta e definita; abbiamo tolto le improvvisazioni che non finivano più e strutture non ben determinate dei pezzi.

 

Io sono entrata nel gruppo nel  2016 e ho trovato un gruppo con un sound già ben definito. Ho solo dovuto mettere le parole e la voce perché per il resto c’era già tutto. È stato molto confortevole.

Anche per noi il suo arrivo è stato davvero molto confortevole; la cosa incredibile è che è come se ci fosse sempre stata: è arrivata, il primo giorno, e ha iniziato a cantare subito una melodia che stava in piedi dall’inizio alla fine e a scrivere parole sulla musica.

Siamo quasi tutti di Novellara, ci vedevamo in giro… a un certo punto si sono intrecciate le strade in modo così lineare, come per magia, davvero.. non avrei mai immaginato che le cose si sarebbero evolute in questo modo! 

Come definite il vostro genere musicale, se lo definite?

Non ci definiamo; se dovessimo definirci, siamo appartenenti alla famiglia rock; è rock il nostro stato d’animo sul palco, e la voglia di fare saltare e divertire con noi il pubblico, ed è questo quello fondamentale.

Abbiamo dei pezzi un po’ diversi, alcuni sono ai confini col grunge, altri un po’ più progressive, ci piace mettere nei pezzi cose che non c’entrano con il pezzo, cose molto progressive musicalmente.

 Io invece col testo cerco di tenere le parti unite, se no tutto si scolla!

In che lingua cantate?

Scrivo per lo più in inglese; con loro sono sempre stata abituata a scrivere sul momento, di getto sulla musica e quasi mai cambiare il testo successivamente e l’inglese era quello con cui mi sono trovata meglio. Per scrivere un testo in italiano serve molto più studio, la scelta delle parole è molto più variegata, ed è più complesso, mi ci sto mettendo. Capisco che il mio stile debba ancora evolvere sotto questo aspetto!

Noi le lasciamo carta bianca; ed è così, perché noi abbiamo questa filosofia nel far musica,  o, almeno, l’abbiamo avuta fino ad adesso: il pezzo nasce nel momento in cui lo manifesti, lo suoni, lo rendi vivo. Non che uno scrive il pezzo e lo porta agli altri: noi lavoriamo che siamo lì insieme e tutti e quattro lavoriamo insieme con la massima libertà interpretativa espressiva e finché tutti e quattro non siamo d’accordo su cosa si suona non lo si suona. A volte questo è molto difficile perché veniamo da retroscena culturali diversi. Ma lo creiamo insieme, in sala prove, nella massima libertà di ciascuno.

Ecco, a proposito dei vostri retroscena culturali diversi: com’è stata l’origine personale della vostra passione?

A 14 anni, ero in campeggio, mi sono svegliato un giorno e mi sono detto: «Voglio suonare Another one bites the dust, dei Queen». Allora ho deciso che, una volta tornato a casa, avrei iniziato ad andare a lezione di basso. È stata un’esigenza improvvisa – ogni tanto sento l’arrivo di una esigenza nuova per evadere mentalmente.. non mi chiedere perché; ma stavolta è stata questa, anche se fino a quel momento non avevo mai avuto esigenza di suonare in vita mia.

Dopo un anno di indecisione tra suonare batteria e chitarra, ho iniziato a suonare la chitarra, per due anni; però a un certo punto, a 12 anni, ho smesso perché sentivo che non mi dava niente.. ho preso in mano due pezzi di legno e ho iniziato a picchiare cose a caso. Dopodiché ho iniziato ad andare a scuola di musica, è arrivata una batteria e… le prime soddisfazioni.

Inizialmente ascoltavo solamente; i miei genitori non sono musicisti ma nella mia vita la musica c’è sempre stata perché pensavano che arricchisse molto la vita. Da piccola sono stata sempre molto introversa non l’ho quindi mai sperimentata; poi, un giorno, ho visto l’apertura di una nuova sede Cepam e ho provato, più che altro per cercare di aprirmi di più agli altri. Ho iniziato a prendere lezioni quando avevo 10 anni ; avevo appena compiuto 16 anni e ho saputo che un gruppo cercava una cantante. Sto iniziando a suonare pianoforte, mi ci sento a mio agio.. lo sento come se fosse un prolungamento del mio intero corpo non solo braccia, ma piedi e testa.

Io vi racconto la storia mia e della musica: a un certo punto della mia esistenza i miei genitori hanno deciso che saremmo andati molto spesso in vacanza in Trentino e il viaggio in macchina era pesante...e così i miei mi hanno preso il cd dei Nomadi. A un certo punto della mia vita ho avuto un grave lutto, avevo 9 anni, volevo sfogarmi, ribellarmi contro il mondo perché stavo male; allora ho iniziato ad ascoltare la musica che ascoltava mio padre perché eravamo rimasti io e lui in casa. Gli ACDC, ad esempio, volevo suonare come loro; poi Led Zeppelin’… suono da quando avevo 10 anni. Ho esplorato e studiato tante cose, armonia, solfeggio, suonato vari strumenti. Adesso siamo in una situazione per la musica che è così: quella che  gira ora per radio è malaticcia, c’è un po’ poco. Tu senti una canzone e dici «Ah, bella!», poi ne ascolti un’altra e vedi che è più bella ed è stata pubblicata 5 anni prima… adesso io ascolto e suono solo la suite 995 di J. S. Bach, per clavicembalo trascritta. Però la musica mi piace da matti; poi scrivere una canzone è stupendo.

Franco Poziello (@benapoz su instagram)3

Come nasce un vostro brano?

In sala, iniziamo a improvvisare e se si trova un riff si parte da quello; oppure una melodia che piace e che si propone agli altri e poi si cambia (stravolge!), rimane un ricordo ma poi diventa una canzone. Si trova il ritmo, i primi accordi di chitarra e basso e poi improvvisazione con la voce (un finto inglese) e da lì inizia a scrivere le parole. Nasce per forza insieme il testo.

E comunque dipende; perché ci sono pezzi ai quali devi pensare e pezzi ai quali non devi assolutamente pensare, devi essere in uno stato mentale un cui sei completamente avvolto da quello che risuona. È l’arte che chiama l’artista, sempre. Teniamo anche le luci basse in sala prove, infatti.

Abbiamo una sala prove costruita in una casa vecchia in campagna; l’abbiamo rifatta da zero, pezzo per pezzo, intonaco, vernice, grattare gli scuri … l’anno scorso ci siamo presi 6 mesi per crearla e sistemarla, arredarla, abbiamo investito tanto sudore e fatica e ora questa sala prove ci lega un sacco. Voglio dire, io studio all’università, leggo Nietzsche e fare questi lavori manuali è stato pazzesco, bellissimo, ci ha uniti davvero tanto.

by @anto_iurlaro su instagram 2.jfif

Quando avete capito che il gruppo funzionava?
Che eravate voi…

Per me è stato quando abbiamo provato la prima canzone, il primo giorno. È stato durante la prima prova insieme: ho sentito come un’onda di suoni, ho sentito che era qualcosa che poteva davvero diventare grande e crescere, e ci credo ancora. È stato qualcosa di soprannaturale, davvero.

Durante il primo concerto: abbiamo fatto un pezzo e appena abbiamo finito, è partito un applauso…ma di quelli veri.

Quando porti sul palco un pezzo con loro porti il cuore, cavolo; quando porti una cover, porti una copia.

Sul palco ti arriva quella scarica di vita che in prova non hai.

Ci sono state anche delusioni; concerti vuoti di persone; amici che non sostengono tanto, insomma scarichi per questioni più culturali che altro..il “culo pesante” e l’abitudinarietà; o il fatto che il rock “è da sfigati”.

Cosa pensano del vostro progetto i vostri amici,
i vostri genitori, morosi/e?

I miei genitori sono d’accordo - e hanno adottato tutti loro; mi sostengono in questo progetto perché vedono che mi dà vita, non sarei la stessa se non avessi questo gruppo. Prima sentivo che è come se non avessi avuto il mio posto nel mondo, una direzione precisa. Adesso ho un sogno preciso ed è grazie a loro che ho i piani chiari. Loro accettano quanto sono stramba...

Per quanto ci pesino le nostre debolezze, i nostri limiti...qui li accettiamo e li condividiamo. Capita che ci abbracciamo e piangiamo. (…) Da un lato c’è l’arte che ti chiama e ti dice: “Davide vieni con me!”; dall’altra c’è la mia morosa: “Davide vieni con me!”. E Poi mio padre mi dice: “Davide ma...questa casa non è un albergo”. E ha ragione. E mi dice, “Vai all’università”. Se fosse per me so cosa vorrei fare: chiudermi in una sala prove e stare lì a suonare e comporre. Ma c’è tanto bene e affetto che ci tira fuori da questo e che vogliamo tenere.

A cosa avete rinunciato e a cosa rinuncereste per la
vostra passione?

Molto spesso ho rinunciato a molte uscite con gli amici; e sarei disposto a rinunciare alla maggior parte delle cose che faccio.

Adesso sto già rinunciando a quello a cui posso rinunciare (ore di studio per la scuola, uscite con gli amici), ma non ho molto altro da sacrificare quindi mi rendo conto che per ora è facile dire «Rinuncerei a tutto per la musica». Di sicuro però non voglio arrivare a cinquant’anni e dire «Se avessi investito di più nella musica!». Non voglio avere nessun rimpianto.

Rinuncio a ore di studio; a tanta benzina e tanti risparmi perché suonare costa. Rinuncio a ore di sonno, quello è pesante; forse ancora non posso dirti «Rinunciare alla mia stabilità mentale» perché non lo vorrei.

Rinuncio a trovare lavori fissi perché non so cosa possa succedere con la band; rinuncio a prendere aerei sicuri! Vado a lavorare il sabato mattina a verniciare degli appartamenti per tirare su dei soldi da investire in attrezzatura. Mi pesa il fatto che quel che mi sta portando a fare la vita, cioè chiudersi in quattro mura per imparare a fare qualcosa; (…) quel che mi manca sono i soldi, non l’impegno.

Che obiettivi vi siete dati?

Incidere un album.

Non vediamo l’ora di scrivere! Noi vogliamo scrivere tante cose nuove!
Più andiamo avanti più cresciamo e andiamo avanti.

Àpeiron: perché?

Un giorno, eravamo io e Gian Maria in un pub a Novellara e dovevamo decidere il nome del gruppo; ci chiedevamo: “In italiano o in inglese?
In italiano è da sfigati; andiamo di greco antico”. L’arché di Anassimandro, è un bel concetto se ci pensi; è infinito, indeterminato…

Comunque una volta ci hanno detto anche : “Oh, ma vi chiamate come il drink”!

Momento più emozionante, che vorreste rivivere?

Il primo giorno di prove!

Il primo applauso.

Quando siamo tutti e quattro insieme e parliamo di noi o tra noi o con qualcun altro.

Cos’è la musica per te?

Io scrivo per non far sentire le persone sole. Per me è sempre stato quell’amico che è con te quando sei sola. Voglio essere un supporto per chi non ha supporto nella vita; voglio che sentano quello che canto e che dicano “Anche io mi sento così”.

Suono per me perché ne ho esigenza fisica. Ma se mi esce fuori qualcosa di veramente bello non vedo l’ora di farlo sentire a tutti.

L’arte la fai perché non puoi non farla, secondo me; ma è anche vero che  la musica dipende dal pubblico: la musica prima ancora di essere suono è comunicazione.

Il suono è movimento e intenzione; quando suoni lo fai con tutto il corpo, con tutto te stesso e con tutto il cuore. È come quando dici “ti amo”: non puoi dirlo stando fermo, ti prende così tanto che sei tutto te stesso e ti muovi mentre lo dici.

Noi facciamo arte, non politica. Ma se ci chiedono di andare a una festa di estrema destra noi non andiamo, non ci mettiamo la mia faccia.

Città? Colore che vi rappresenta?

Amsterdam, la sera.

Verde – unione di giallo e blu, caldo e freddo.

La canzone che pensate che vi rappresenti meglio?

Dear Liar o Katharsis

Un buon musicista è per forza anche una bella persona?

Per essere un buon musicista, devi avere rispetto per gli altri, sensibilità artistica, volersi bene, bisogna essere buone persone. Almeno rendersi conto che siamo tutti esseri umani su questo mondo. L’arte ti fa diventare una persona migliore. L’arte e l’amore sono le cose più belle del mondo.

Non siamo mai i primi a dire su a qualche altro gruppo.

 

The Fruit Machine

Alessandro Bonacini voce Enrico Delia basso Jacopo Bertolini e Alberto Delia chitarre Luca Bassi batteria

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The fruit Machine nascono a Reggio Emilia nel 2017. Influenzati da generi diversi (principalmente Arctic Monkeys), trovano un assetto stabile a livello di formazione e personalità nel 2019. Orientati verso un punk-rock schietto, The Fruit Machine si sono fatti conoscere attraverso live documentati in pieno stile D.I.Y.. Con brani che speriamo di sentire al più presto in streaming.
 

Raccontateci le origini del vostro gruppo.

Io ho iniziato a suonare perché ho trovato in casa delle chitarre rotte; le ho portate da un liutaio, perché le aggiustasse, e quando le ho recuperate ho iniziato a suonarle, seguendo un libretto degli accordi. Poi ho continuato con tutorial su internet.

Perché Fruit Machine?

È nato perché io sono un grande fan degli Arctic Monkeys e c’è un loro pezzo, The view from the afternoon (che noi facciamo anche come cover) che secondo me è un po’ l’idea del genere che volevo fare: punk ma con influenze degli ultimi decenni; e nel testo della canzone c’è questo verso che dice “I wanna see you take the jackpot out the fruit machine”. Mi piaceva tantissimo questo verso e questa parola, “fruit machine” (che nel testo vuole essere un riferimento alla slot machine); me lo sono scritto con il nastro isolante sulla chitarra e da allora è rimasto lì.

Voi fate cover o anche canzoni originali?

Recentemente abbiamo sentito una certa stanchezza nel continuare a suonare solo cover, per questo abbiamo iniziato a fare qualcosa di nostro: un giorno, durante le prove, ci siamo accorti che eravamo scarichi e non riuscivamo a suonare... allora abbiamo completamente rimaneggiato un pezzo inglese, e gli stiamo scrivendo un nuovo testo, in italiano.

Canzoni e stileThe Fruit Machine
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In Italia si dà tantissimo importanza al testo...

Sì, e questo è un punto che abbiamo spesso affrontato come band: oltre alla nostra appartenenza a una tradizione, quella italiana, che dà molta importanza al testo, dobbiamo tenere presente lo stile british soprattutto come attenzione alla musica. Rivedere lo stile italiano con influenze d’oltremanica è qualcosa di nuovo.

 In Italia si fa fatica a sfondare se non curi tanto il testo (anche se, paradossalmente, si è abbassato il livello dei testi!) e la parte musicale si sottovaluta; la bravura nell’eseguire un pezzo è sottovalutata. Senza sminuire altri generi e stili, bisogna curare il testo e portarlo oltre il senso comune e nello stesso tempo tenere alto il livello tecnico musicale.

Avete idea di una direzione da prendere?

Dove indirizzare il nostro suono? Lo stiamo sviluppando, emerge durante il lavoro e con il consolidarsi della formazione e dei suoi componenti. In generale, però, sappiamo che vorremmo trovare la giusta via di mezzo tra intercettare pubblico con gusto affine al nostro facendo cover e, nello stesso tempo, metterci dentro e iniziare a sviluppare qualcosa di nuovo.

Oltre alle prove e ai live, avete l’idea di un disco?

Sì (e direi che è il primo pensiero di ogni band che sia tale!); ci piacerebbe farne uno sperimentale: con pochi pezzi, anche semplici, senza particolari virtuosismi tecnici, ma che spazino nel genere punk-rock, in modo tale da esplorare i vari tipi di suono.

Rapporto con la musicaThe Fruit Machine
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Come vi siete sentiti la prima volta su un palco e non dietro il vetro di una sala prove?

Io ricordo di essere salito sul palco, di avere attaccato il jack… e poi ho solo degli sprazzi di ricordi in cui ne sono successe di ogni! Credo sia stato un misto di ansia e tranquillità di suonare davanti a gente che apprezzava.

La sera prima mi sono ripassato tutte le canzoni, perché avevo paura di dimenticarle… ero abbastanza in ansia!

Io la sera prima penso di aver dormito tre ore… e pensato a tutti i modi in cui poteva andare male!

Nel live, verso la fine, ho fatto un assolo di batteria e, nel momento cruciale, in cui ero più preso, mi è partita la bacchetta! Si è sentito dal pubblico un “Nooooooo”! Me l’hanno ridata, dopo poco.. e visto da qui, a distanza di tempo, è stato un bel momento!

Prima di salire ero molto in ansia... una volta partito stavo bene! Una volta superato lo scoglio, ti piace!

Cos’è per voi la musica?

Fin da piccolo sono stato circondato dalla musica; per me la musica è sempre stata una compagna e una passione. “Sposato con la musica, mai stato single” volendo citare Salmo.

Per me la musica è un’arte superiore, rispetto a tutte le altre forme di arte è la più completa: riesce a trasmettere un numero incredibile di emozioni. Per me è anche una droga: ascolto per ore e ore musica, qualsiasi cosa, ogni giorno devo farla, se no non riesco ad andare avanti.

L’ho sempre vista come una forma di arte che colpisce le emozioni. Ho scoperto i vari generi musicali col tempo, dal pop commerciale (che secondo me è più “usa e getta” come approccio) a quella più complessa e acuta nel colpire certi tasti delle persone, più sfaccettature e finezze. Non che una sia migliore dell’altre, ma questo è l’effetto che fa a me: mi fa concentrare, ad esempio; è uno sfogo e una consolazione quando ne ho bisogno; è legata a ricordi, che a volte è importante rievocare; suonarla poi ti prende anche fisicamente.

Io alla musica ci sono arrivato per gradi. Spesso la lego a ricordi o esperienze passate, un po’ come quando senti un profumo per strada e parte il flashback ed entri nel film. E’ molto soggettiva: lo stile che ho scelto (di suonare ed ascoltare) è quello che per me è più significativo a livello emozionale; ma non significa che un certo stile di musica non sia corretto o sia “sbagliato”, anzi, è per questo che cerco di ascoltare più generi possibili, per vedere che impressioni ti lasciano e si collega sempre al proprio vissuto. Quando poi la suoni, e senti che viene perfetta, c’è quasi un momento di estasi.

Io non ci sono arrivato da amante della musica ma visto che amavo costruire; trovavo oggetti vecchi, rotti ho iniziato a riassemblarli. A 12 anni ho assemblato il mio primo stereo e da quel momento ho iniziato ad ascoltare Pink Floyd, Eagles, ecc…e da lì ho iniziato ad appassionarmi alla musica. Ora ascoltare musica mi fa ricordare quanto erano belli quei momenti di quando avevo 12 anni: stavo davanti allo stereo da quando tornavo a casa da scuola alle sette di sera.. e mi fa male. La riconosco come arte, ma non totale, si completa insieme a tutte le arti, devono essere insieme per essere perfette.

La musica vi ha cambiato?
Se sì, che cosa avete sentito che è cambiato?

A me ha sempre dato l’impressione di  arte in generale come modo per lasciare una traccia di sé nel mondo.. ci sono vari modi per dirlo, non so. Non riuscire a condividere almeno un pochino i tuoi pensieri, che molto spesso non sono banali, con chi ti sta attorno è un peccato; sento che è importante cercare di comunicare ad altri quello che hai provato e trasmetterlo.

Io prima mi facevo molto influenzare da quello che c’era attorno (sia nell’ascoltare, che nel vestirmi, nel pensiero); ascoltare e fare un certo tipo di musica, ti fa riflettere sul fatto che tu sei fatto in un certo modo rispetto agli altri, che non devi per forza uniformarti, come fai la tua musica è parte di te, ti fa pensare con la tua testa. Mi ha permesso di elaborare quello che sono adesso, un consolidamento identitario e non lo smarrimento.

Grazie alla musica io conosco loro; può sembrare banale ma è vero. Ti fa conoscere persone, fare esperienza. Oltretutto, la batteria è quella che sento più mia; batto le mani e i piedi anche quando parlo e sento che mi emoziona tanto.

Fare parte di una band mi ha reso ancora più legato alla musica. Grazie alla band posso espormi e stare davanti al pubblico e questo era un mio sogno nel cassetto.

La musica ha avuto un grande impatto sulla mia vita ma credo che valga per tutti: dà qualcosa alle persone. Mi viene in mente quando ero impanicato durante le verifiche, mi veniva in mente e mi rilassava, e me ne ha risolte davvero tante. Danno qualcosa al nostro cervello che nient’altro può dare.

Ha la capacità di attivare più parti cerebrali contemporaneamente: cognitiva, motoria, sistema limbico…è davvero forte.

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A cosa pensate che potreste rinunciare per la musica? Che prospettive avete tra 5 anni?

Spero saremo ancora noi, avremo il nostro seguito di fan e il nostro disco; mi piacerebbe molto rinunciare a una vita “normale”! Rinunciare alla vita di ufficio e suonare come musicista professionista.

La penso come lui; in più, aggiungerei che rinuncerei a un altro sport a cui sono molto legato e a qualche ora di lavoro da libero professionista.

Io ho già rinunciato a uno sport importante per un corso di chitarra. E tra qualche anno? Non lo so, non ho ancora deciso.

Penso che potremo essere una band solida, con un buon lavoro da proporre. Sto già mettendo da parte delle altre passioni per questa! Anche se due anni fa non l’avrei mai detto.

Vorrei fare una vita legata alla musica e che mi piaccia e in cui guadagno meno, piuttosto che farne una con un guadagno economico più alto ma meno di soddisfazione.

incertezze e dubbiThe Fruit Machine
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Se vi dico “musica”, qual è la prima parola, emozione, colore, suono che vi viene in mente?

Comfortably numb dei Pink Floyd. E in particolare, Gilmour che la suona, concentratissimo, sullo sfondo nero, in estasi.

Star bene!

Il motivetto di Paradise city dei Guns 'N' Roses.

La sensazione di un ricordo d’infanzia che torna alla mente.

Una chitarra che aveva un amico di mio padre e che suonava a casa nostra; e il video di Welcome to the machine, in cui c’è un robot gigante che dice: “Vieni figliolo, benvenuto nella macchina!”, e che lo ammazza: la macchina intesa come il sistema, le case discografiche, e gli altri sono quelli che si ribellano.

A me si collega sempre a un tramonto, a situazioni luminose. Alla fine di qualcosa o l’inizio di altro…una transizione.

La tecnica non c’entra, noi ci occupiamo di emozioni.

 

Daniele Manzini

Tecnico del suono e musicista

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Daniele Manzini, ventiquattro anni, musicista e tecnico di riferimento dello Studio di Registrazione e Sala prove Seltz. Non solo il classico ingegnere del suono ma anche uno spirito musicista.

Tu qui sei il fonico del Seltz; raccontaci qualcosa della tua storia e di come sei arrivato alla musica.

Alle superiori non ero uno studente modello...a me piaceva tanto la chimica, ma il resto non andava per nulla. Dopo le superiori non sapevo bene cosa fare, finché non ho scoperto il SAE Institute di Milano, dove ho studiato Electronic and Music Production, sostanzialmente un approccio digitale alla musica. Questo è stato il punto zero; questa scuola mi ha dato un sacco di nozioni e mi ha permesso di apprendere il linguaggio di questo mondo, le basi; ma appena uscito non sarei stato in grado di essere competente. Per fortuna la passione è rimasta e ho iniziato a fare un sacco di esperienza da solo, tante prove con i miei amici e con me stesso, mi sono cimentato in situazioni reali, anche gratuitamente. Poi, quando mi sentivo pronto, mi proponevo come professionista.

È stato un percorso a strati: il primo strato è stato quello di imparare la teoria e uscire da scuola; poi, il secondo strato, iniziare a provare a metterle in pratica queste competenze, anche sbagliando, magari; infine, il terzo, per me è stato porsi delle domande quando devi risolvere dei problemi, e quindi trovare delle risposte e acquisire altre competenze. 

Mi era chiaro, volevo stare in quel mondo; è possibile che io spesso sia approssimativo, ma quando una cosa mi interessa non lo sono per nulla: finché non trovavo una risposta non ero contento, era una continua ricerca, e per me era necessario.

È stata una necessità e anche un voler unire la mia passione per la musica all’esigenza di lavorare.

Ti sei sentito diverso a un certo punto? Qualcosa è cambiato?

Sì, mi sono sentito progressivamente più sicuro e questo mi ha cambiato la vita, davvero. E cioè quando ho capito di avere un buon orecchio, una buona empatia, competenze tecniche e voglia di fare.

Questa è la tua unica attività per adesso?

Sì, per ora sì e pian piano perché è anche un mondo che va a fiducia: i gruppi oggi hanno bisogno di percepire professionalità e fidarsi  del tecnico che ascolta i tuoi progetti e ti aiuta a realizzarlo.

Poi a volte capita che mi chiedano lezioni di una cosa o un’altra, ad esempio di insegnare come insonorizzare una stanza.

Tu come vivi la musica?
Cos’è la musica per te?

Non saprei neanche dirlo; è così automatica e necessaria per il mio benessere da non avere quasi uno scopo preciso… Quando ho un buco di tempo, o anche adesso mentre parlo con te, io suono. La paragono anche un po’ allo sport: devi concentrarti, allenare i riflessi, essere pronto. E dopo ti senti rilassato e tonificato.

Quando ascoltavo i grandi della musica rock a tredici anni, mi piacevano tantissimo ed erano dei miti però mi dicevo: «Questa canzone è perfetta, ma….»; c’era sempre qualcosa che avrei voluto fosse diverso. Allora, mi ero detto, voglio imparare a suonare la chitarra, intanto per suonare le canzoni che mi piacciono e poi per scrivere canzoni come quelle che mi piacciono ma senza quegli errori che a me sembrava ci fossero. Io volevo scrivere la canzone perfetta, come se ce l’avessi avuta sempre sulla punta della lingua.. dovevo farlo. 

Imparavo gli accordi, cercavo su internet le tablature delle canzoni ma spesso tiravo giù le canzoni a orecchio o mi scrivevo da solo le canzoni difficilissime per potermi allenare. 

Ho studiato teoria musicale ma senza aver studiato, ci sono arrivato da un’altra parte, cercando e facendo ogni singola combinazione; il che è una cosa che mi piace molto perché il rischio di aver studiato e basta è l’andare sempre lì a parare, su quel che funziona; lo studio della musica fino a un certo punto va benissimo ma non bisogna andare troppo oltre o  ti mette i bastoni tra le ruote perché ti limita nel cercare qualcosa di tuo e di davvero emozionale e originale.

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A che punto sei con la canzone perfetta?

Poi ho capito che la canzone perfetta non esiste.. ma è sempre così per me: parto da un foglio bianco nella mia testa, vado a caso, vado per tentativi e procedo verso la ricerca dello stupore, cioè qualcosa che mi faccia dire: “UAU!”. Una volta che l’ho trovato allora so che posso costruire qualcosa a partire da quello e ci metto testa e tecnica. Io ho sempre iniziato così però: metto le dita a caso e vedo cosa succede; una volta che ho trovato qualcosa che davvero mi piace, costruisco sopra a quello.

Hai canzoni tue?

Sì, io e un mio amico abbiamo un progetto musicale in corso. Di canzoni ne ho scritte un’enormità; le scrivo, dico “uau!” poi, dopo un po’ non mi piacciono più o le lascio a metà. Cose del genere.

Cosa pensi della musica di oggi, che incontri nel tuo lavoro?

Intanto, non capisco chi vuole imparare uno strumento e non lo prende in mano. L’apprendimento dello strumento musicale avviene anche tramite la sua fisicità, il prenderlo e usarlo, esplorarlo, impararlo senza usare la teoria ma leggere la teoria dopo aver già capito il funzionamento pratico.
 

Oggi c’è questa immagine del grande musicista e del grande successo “che ce la fa”, ma credo sia un grande stereotipo. Poi oggi c’è il grande fenomeno della trap per esempio, lì la sfida non è creare qualcosa di ricco e articolato ma di semplice ed efficace.
 

Il talento e l’attitudine resta il fulcro della questione, secondo me, e quello che fa andare avanti la tua strada. Qualsiasi genere musicale tu faccia, se hai talento metti insieme gli elementi e i suoni in un modo tale che il prodotto a cui arrivi è un altro mondo.

Fin dove la formazione può o deve spingersi e dove bisogna mollare le carte e fare?
Cosa consiglieresti a dei giovani appassionati?

Cominciare qualcosa di nuovo da zero nella musica è terribilmente frustrante, anche la chitarra sembra una cosa semplice ma non è così banale mettere delle dita su delle corde, è controintuitivo; è importante prendere lezioni e gli elementi di base, ma a un certo punto deve smettere perché se no farai fatica a uscire da quel che ti è familiare e che conosci già.

 

Le Lische

Manuel Benati voce e chitarra Jacopo Panisi voce Liam Artoni tastiere Ivan Bussei batteria
Federico Bartoli basso Lorenzo Valla tromba Pietro Palmieri 
saxofono

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Le Lische sono un gruppo di giovani ragazzi di Reggio Emilia che suonano brani graffiti-pop, mischiati al rap e al pop. Con formazione ampia, tra voci, chitarra, basso, tastiere e fiati, scrivono pezzi inediti scritti interamente da loro.

Ragazzi, come avete iniziato a suonare?

Io ho ereditato  da mio padre la tradizione musicale e ho iniziato con 7 anni di lezioni di chitarra; però, è da quando ho smesso di andare a lezione ho iniziato a suonare! Tutti i giorni.
 

Mio padre è sempre stato molto appassionato di musica e mi ha sempre spronato a suonare, ma non ho mai iniziato a suonare fino alla prima media, quando ho incontrato il mio professore di musica e mi ha trasmesso la passione, nonostante il flauto dolce!
 

Anche mio padre ha sempre suonato il basso, fin da giovanissimo; sono cresciuto ascoltando la musica che ascoltava lui e ho iniziato a suonare il basso soprattutto per emulare lui, anche se preferivo cantare (da piccolo cantavo sempre a squarciagola!). Poi, alle medie, ho conosciuto un mio amico che mi ha fatto ascoltare nuovi generi musicali e da lì ho iniziato ad ascoltare e cercare gruppi e pezzi che piacessero a me.
 

Da “suoniamo per noi” a “qualcuno ci ascolta”: raccontateci del vostro primo concerto!

Era l’estate 2016, l’estate della prima superiore, a Correggio. Non si poteva andare tutti insieme, quindi eravamo solo noi due, Jacopo (voce) e Manuel (chitarra); abbiamo fatto cover  (Cat Stevens, Beatles…) e un pezzo nostro. Tensione e tanta emozione, aspettative per gli amici presenti; avevo già cantato in pubblico, ai saggi di fine anno di corso, ma questo era un concerto tutto nostro… ero tesissimo. Il primo pezzo è quello più difficile, poi parti.. e  quando applaude il pubblico è tutto più semplice. E soprattutto quella volta hanno applaudito durante la canzone (e non l’applauso obbligato alla fine – quello dà quasi fastidio. Il pubblico oggi applaude perché è finito il pezzo; questo fa arrabbiare…lo riconosci quando lo fa perché deve farlo e quando invece è davvero entusiasta e applaude a metà pezzo!).
 

Io non ho neanche guardato giù perché se no avrei visto che tutti mi stavano guardando! Cercavo sostegno dagli altri che avevano già suonato visto che per me era la prima volta.
 

Quando si è in tanti l’emozione è doppia, senti la carica e la tensione degli altri, la responsabilità di non dover sbagliare se no fai andare fuori anche loro. Ci si guarda, adesso, con più tranquillità.
 

E dopo, finito di suonare?

Abbiamo cercato il secondo concerto!

Perché avete cambiato il nome da Black Taste a Le Lische?

Come gruppo, abbiamo fatto un passaggio da cover americane e inglesi a cover e pezzi quasi esclusivamente in italiano (questo è dipeso dagli ascolti personali dei membri del gruppo che vanno verso l’indie pop - Willy il Peyote, Lo stato Sociale, Frah Quintale, che sono un po’ i nostri riferimenti). Abbiamo deciso quindi di trovare un nome italiano. Trovarlo è stato difficilissimo, ne abbiamo pensati tanti… fino a quando un amore di allora ci ha suggerito il nome, che è piaciuto a tutti perché lo sentivamo adatto al nostro genere e al nostro stile (rap, funk, ci hanno classificato come graffiti pop, indie..). Le Lische nascono a settembre 2018.

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Pensate che questa sia la vostra formazione definitiva?

No, non necessariamente; così come faccio fatica a rispondere quando ci chiedono a che genere apparteniamo allo stesso modo penso che per come siamo fatti tutto possa cambiare. Siamo aperti e in continua dinamica, sia come generi musicali di riferimento che come formazione: noi suoniamo un po’ di tutto e  la cosa più bella è che si mescolino tante sonorità diverse. Amiamo improvvisare e non ci interessa fare un genere specifico in particolare. Noi scriviamo musica; se ci piace, bene, quello è quel che conta.

Come avviene la genesi dei pezzi?

Solitamente è un processo che avviene in solitaria, ognuno coi suoi tempi (e io personalmente durante la creazione di un pezzo penso tantissimo a quali sono le sonorità che mancano nel repertorio.. è un «Vorrei un pezzo che suoni così...»). Dopodiché lo portiamo in sala prove, certo, e lo condividiamo con gli altri ma è raro che la creazione di un pezzo nuovo avvenga mentre si suona tutti insieme. Al momento siamo in due a scrivere; cerchiamo però di spronare anche gli altri a farlo.

Poi quando un pezzo funziona bene lo sentiamo subito, provandolo. Difficilmente stiamo lì a provarlo finché non diventa esattamente come volevamo!

L’ispirazione arriva; si va a momenti e lo senti quando è il momento giusto: sento un pieno e ho esigenza di buttare fuori. Spesso accade quando ho dei pensieri in testa e ho bisogno di metterli giù. Riuscirei a scrivere su commissione ma probabilmente non sarebbe pienamente soddisfacente.

A volte un pezzo nasce da poca emozione e molta tecnica; altre volte invece è tutta emozione, senti male dentro e hai bisogno di buttarla giù.

È difficile creare: la parola giusta che non sembra esserci mai; di solito scrivo di getto e non ci ritorno quasi mai sopra...questo è forse un difetto, ma quando lo faccio sono convinto di quello che scrivo.

Dopo aver scritto un testo lo tengo nel cassetto per qualche tempo; se quando la rileggo mi piace ancora, allora la propongo agli altri, se invece mi fa già schifo lo cestino!

Quali sono le tematiche che amate trattare?

Un tema che ci sta a cuore è sicuramente l’amore, di mia esperienza e non.

 

Il tempo che passa!

La protesta sociale (abbiamo fatto solo un pezzo per il momento, che si chiama Ateamente atei).

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Prospettive?

Abbiamo in programma di fare un EP; abbiamo in tasca, anche se non ancora ultimate o ultimate, tra i 20 e 30 pezzi. I miei genitori mi supportano in questa nostro progetto, non mi pressano e io non mi sento condizionato da loro, è una cosa mia. Però soprattutto mia mamma non vuole che io trascuri la scuola.

Scelte di vita: musica come passione ma anche come professione; cosa ne pensate?

La musica col gruppo è un rischio, decidere di investire tutto su quello è un rischio. Ma personalmente è la strada che voglio perseguire. Scelte e sacrifici fatti fino ad ora ci sono, anche nel mio piccolo. La musica è davanti a praticamente tutto.

Sì, metto la musica davanti a tutto.

Ho già rinunciato a uno sport per suonare; avere una vita privata e suonare è già tanto, bisogna scegliere.

Che rapporto avete con i social?

Quando suoniamo non facciamo dirette social; ci teniamo a comunicare quello che facciamo ma ci vogliamo sentire completamente lì, non postiamo tutto sui social. Capita che ci filmiamo durante i concerti ma lo facciamo più che altro per noi, per poterci riascoltare.

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Come vivete le critiche (dal pubblico o da altri gruppi)?

Le critiche servono; anche se danno fastidio. Bisogna distinguere le critiche fatte per via della differenza di genere musicale (che se non ti piace, non ti piace!) e quelle riguardanti l’esecuzione tecnica. In generale il nostro rapporto con le altre band è aperto.

È  importante comunque che siano costruttive, che ti dicano perché.

Quanto è importante avere un leader nel gruppo?

Non tanto, in realtà. C’è, ma è più dal punto di vista organizzativo (contatti, formalità…). Non c’è competizione e siamo amici.

Se foste una città che città sareste?

Roma: città calorosa, festiva, gialla.

Che stagione sareste?

Estate: amiamo stare rilassati e allegri.

Colore?

Rosso – come il calore di quando sei vivo.

Un solo aggettivo che vi descriva?

Diretti.

Se foste una canzone non vostra?

Ride dei Twenty One Pilots.

Sons of Other Suns

 

Gerardo Gianolio tromba Isabel Suárez sax Giovanni Pignedoli clarinetto Daniel Nardi trombone
Lucia Boiardi contrabbasso Giovanni Caffagni tastiere Marco Lazzaretti batteria Sofia González voce

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Rock/Progressive e Pop band straight outta Reggio Emilia.

Siete tanti! Come mai siete arrivati a 9?

Siamo una band di strumenti classici che però vuole andare sul pop-rock, quindi fare altri generi, diversi dalla musica classica. Non abbiamo una sezione ritmica con strumenti polifonici come la chitarra.

L’inizio di tutto è stato nel 2014, a fine estate; con l’inizio del conservatorio a ottobre è iniziata la stabilità delle prove e l’inizio della costruzione concreta del progetto. Sono entrate e uscite persone, ci sono stati tanti cambiamenti.
Quella attuale (iniziata nel 2017) è la formazione definitiva, anche se cambia sempre qualcosa... ad esempio il pianista fisso è entrato da una settimana!

Create canzoni?

Creiamo gli arrangiamenti dei nostri pezzi però facciamo per la maggior parte cover; prendiamo dei pezzi che ci piacciono e li trasformiamo nel nostro stile: cose che ci piacciono ma che sappiamo anche che funzionano. Alcuni pezzi invece li scriviamo da zero noi.

Come mai vi siete iscritti al Peri?

Tramite suggerimento di amici dei miei.
 

I miei genitori sono appassionati di musica e in particolare mia mamma è laureata in piano.

Io non ho parenti legati alla musica; mi sono appassionato inizialmente per via di un professore delle medie che mi aveva ispirato.

I miei sono molto appassionati di musica ma non di classica e non hanno mai suonato; mi sono iscritta perché da piccola alcune mie amiche avevano deciso di iscriversi e io ho provato.

Siete stati folgorati subito o all’inizio era solo un’attività come le altre, magari perché spinti dai genitori?

Nel mio caso ci è voluto un po’..non sono mai stato forzato davvero ma all’inizio era più che altro inerzia; a un certo punto invece mi sono proprio svegliato io, ho capito di essermi appassionato molto. Adesso sono i miei genitori a tirare indietro!

Soprattutto da quando è nato il gruppo e la possibilità di fare qualcosa di diverso è nata davvero la voglia di fare musica.

L’ho capito quasi subito; io facevo sport legati alla musica (tipo pattinaggio) e quando mi sono trovata a fare solamente musica ho capito che  quella era la parte di quegli sport che mi interessava davvero!

Cos’è la musica per voi?

Un modo per esprimerci, un modo di parlare di noi stessi con noi stessi.

Per me è una compagna, un amico che all’inizio fai fatica a conoscere e devi capire meglio come funziona; poi diventa come uno di quegli amici importanti che che poi non lasci più.

Per me significa poter ampliare le mie emozioni in un determinato momento, o rilassarmi; o godere del piacere che mi provoca, come un’estasi.

Per me è sentirsi parte di qualcosa di grande quando la vivo nella dimensione d’insieme, siamo tutti lì per fare la stessa cosa e sento che viviamo le stesse emozioni.

Credo che sia anche un mezzo che aiuta a capire tantissime cose; ad esempio il rispetto, l’ascolto degli altri, lo stare insieme; studiare musica da bambini dà qualcosa in più, ha una dimensione educativa e di conoscenza del mondo che ti fornisce un ulteriore punto di vista.

Potreste fare a meno della musica ora?

Non potrei più fare a meno della musica, del suonare intendo; ascoltare è scontato. È la più grande dipendenza della mia vita.

Se vai a sentire un concerto e quando torni a casa ti viene voglia di suonare non puoi non farlo.

È importante conoscere tutto; per decidere cosa è meglio per te bisogna conoscere, poi puoi scegliere cosa ti piace e cosa non. Anche per capire in che mondo vivi. E comunque i generi musicali cambiano durante le varie fasi della vita. Ad esempio dai Metallica si passa alla musica classica!

Un mio amico un giorno mi ha detto: «Dimmi il nome di alcuni compositori che ti piacciono così inizio ad ascoltarli anche io». Per me è stato bello, perché, anche se lui non sapeva nulla di musica classica, ha capito che conoscere tutto il panorama musicale è importante non solo noi che siamo nell’ambito.

Iniziate a sentire che preferite la dimensione di gruppo piuttosto che quella scolastica pura? C’è conflitto tra le due realtà?

Dipende molto dai professori, anche perché non è come un puro rapporto scolastico.

Secondo me ci devono essere entrambe, sia la vita del gruppo che la parte scolastica.

Le vostre aspettative?

Stiamo crescendo; non sappiamo dove vogliamo o possiamo arrivare; sappiamo che troveremo il modo per stare insieme e, anzi, far aumentare il nostro impegno.

Come siete riusciti a conciliare vita privata, amori, amici, interessi e hobbies altri e la musica?

I miei amici di solito vengono a vederci, mi supportano.

 Grandi rinunce per ora non ne ho fatte; c’è sempre stato abbastanza accordo. 

 Si sopravvive a scuola e si studia musica!

Io sono molto centrata anche sullo studio scolastico; punto a fare bene entrambe le cose. Mi rendo conto che magari non ho tanto spazio per la mia vita, come ad esempio sviluppare altri amici e interessi oltre la scuola, ma non ne sento neanche il bisogno perché questo è quello che voglio fare e che mi piace fare.

 Anzi, è stato potenziante fare entrambe le cose contemporaneamente!

Fate gruppo anche fuori dalle prove e dalla dinamica di gruppo?

Si, è capitato, soprattutto all’inizio.

Avete in previsione un disco?

Stiamo registrando da molto tempo in uno studio.

Fate cover, ma non solo; come nasce un pezzo vostro, visto che siete così tanti?

Nasce da un lavoro collettivo; chi lo compone, compone in base alla sua ispirazione, all’idea che ha, ma poi viene rielaborato collettivamente, la sua struttura, il modo in cui renderlo. Molte cose poi nascono nell’improvvisazione; e soprattutto, continuiamo a cambiare i pezzi, anche quelli che abbiamo fatto da anni; anche in base al riscontro del pubblico.

Pensate che quello che farete nella vita si concilierà con la musica e lei sarà sempre al primo posto o no?

Questo dobbiamo scoprirlo; già dal prossimo anno con l’università (molti di noi fanno la maturità quest’anno) cambieranno delle dinamiche, ognuno prenderà le sue strade più o meno “comode” al gruppo. Conciliare tutto con la musica sì, conciliare col gruppo è una cosa diversa; il gruppo per noi è una parte, e non il frutto, della nostra vita musicale. La musica invece è sopra a tutto.

Io voglio fare il musicista; sono bravo a fare solo quello.

A me piacerebbe essere prima ingegnere poi musicista; quella per me è la priorità assoluta, ma vorrei comunque conciliare tutto.

 

Luciano Bosi

Percussionista, organologo, etnomusicologo e didatta

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Classe ‘58, è percussionista, etnomusicologo e didatta; racconta il mondo
e le sue ricchezze culturali attraverso gli strumenti a percussione, grazie
al progetto Quale percussione? da lui stesso ideato.

 

Dal 1981 conduce corsi e laboratori in Italia e all’estero

Cos'è per te la musica?

Per me la musica rappresenta soprattutto l’incontro tra culture diverse.
La musica esiste perché si incontrano e organizzano dei suoni. Io infatti, al posto della parola “musica”, utilizzo preferibilmente ​“suoni e silenzi​ organizzati”.
Se riusciamo a concepire la musica secondo questo concetto possono essere superati tutti i differenti codici culturali, che presi singolarmente rischiano di ingabbiare un concetto in realtà davvero aperto.

La musica non è un linguaggio universale, se così fosse, per esempio, potrei sedermi tra i componenti di un’orchestra balinese e sarei in grado di suonare immediatamente con gli altri, essendo io stesso un musicista.
Invece, nonostante io sia certamente capace di seguire il ritmo, non posso pensare di suonare in una “lingua” diversa, nel senso di dialogare con gli altri musicisti rispettando la loro modalità culturale di organizzare suoni e silenzi senza prima averli approfonditi.

Aggiungerei un’ulteriore riflessione. Noi occidentali usiamo la parola musica per descrivere un’azione specifica. Ci sono invece altre culture (per esempio in Africa, ma non solo) nelle quali il concetto che noi utilizziamo per concepire la musica comprende anche la parola e la danza, oltre al suono. Questo concetto viene quindi espresso utilizzando una parola che comprende insieme parola, danze e suono, senza distinzioni. Questa parola da noi non esiste.

Quindi capisci che la tua domanda richiederebbe una risposta ben più ampia.

Com'è entrata nella tua vita?

Poco alla volta. Il mio contesto familiare di origine era poco abbiente.
Ascoltavamo quello che trasmettevano alla radio e alla la tv, quest’ultima tra l’altro arrivata a casa mia solo quando avevo circa 8 anni. Perciò, da bambino, mi trovavo a tifare per Gianni Morandi in antitesi a Claudio Villa. Per passare poi a Battisti, i Pooh, la Formula Tre; a quattordici anni alternavo l’ascolto del Rock progressivo italiano a bands inglesi come The Who, i Led Zeppelin, ed altri.


I primi dischi sono riuscito a comprarli più tardi, con i soldi che avevo messo da parte.
 

Insomma, la musica, fino alla prima adolescenza, è sempre stata presente nella mia vita, ma marginale. Ricordo ancora i compiti con il mangiadischi in funzione permanente.
 

Alla scuola elementare non mi facevano cantare nel coro, perché ero (e sono tutt’ora) stonato, però mi facevano tenere il tempo con il triangolo o i legnetti, perché già allora il senso del ritmo mi apparteneva.
 

Quanto alle percussioni etniche, ricordo di aver visto qualche film con gli indiani pellerossa suonavano i loro tamburi. Peraltro nella cinematografia dell’epoca gli indiani suonavano i tamburi con le mani, mentre poi, studiando, mi sono accorto della superficialità con cui venivano trattate le altre culture: gli indiani d’america suonano i tamburi con dei battenti! In ogni caso mi avevano affascinato, tanto che in prima media mi sono costruito il mio primo tamburo usando una botte per l’aceto di mia nonna a cui avevo smontato la parte superiore di legno, per montarvi una pelle fatta con una tovaglia cerata. Il tamburo era diventato un oggetto rituale della mia società segreta, chiamata “Il triangolo stellato”, della quale naturalmente ero il capo.
 

A quattordici anni, per motivi familiari, ho dovuto interrompere la scuola. E’ una cosa che mi ha pesato davvero molto, perché studiare mi piaceva. In cambio però ho ottenuto da mia madre il via libera a suonare la batteria.

All’epoca compravo la rivista “Ciao2001”, che oltre alla sezione dedicata agli artisti del momento, proponeva anche notizie su artisti e festival alternativi. Ho così iniziato ad allargare i miei orizzonti musicali.
 

Va anche detto che all’epoca le feste dell’unità proponevano degli spettacoli musicali davvero unici, che aprivano la mente. Era infatti possibile assistere, per esempio, ad uno spettacolo di una compagnia di Tahiti proprio accanto alla zona del gnocco fritto e dei tortelloni! Ed era tutto gratuito! Oggi uno spettacolo del genere lo pagheremmo oro, e quindi probabilmente i fruitori non potrebbero che essere selezionati in partenza sulla base delle disponibilità economiche. Naturalmente in quegli anni ho anche partecipato all’Umbria Jazz, e ho potuto vedere all’opera dei gruppi fantastici.
 

Sono stato molto fortunato a crescere in un contesto culturale ricco e dinamico come quello che ha caratterizzato il nostro territorio negli anni ’70 e ’80 (e in parte anche in seguito), ed è davvero un peccato che le cose adesso siano così cambiate.
 

A 17 anni la passione per le percussioni e le musiche tradizionali era ormai conclamata.
 

In quegli anni ho cominciato a definire meglio quella che sarebbe stata la mia vita. Ho deciso quindi di cercare un nuovo lavoro, che corrispondesse meglio alle mie inclinazioni ed interessi.
 

Allora ho scelto di fare il giardiniere, che è un mestiere bellissimo.
Oltretutto, dal punto di vista filosofico, ti riporta da un lato alla concretezza delle cose vere, così come sono, e dall’altro di aiuta a sviluppare il pensiero creativo nell’immaginare come la tua opera potrà svilupparsi e prendere forma con il passare del tempo. Mi ha insegnato in pratica la pazienza, la costanza, e la consapevolezza che per ottenere dei risultati occorre saper aspettare, e superare l’idea del “tutto e subito”.

 

Dopo il servizio militare, nel ’79, ho cominciato a raccogliere i frutti del mio lavoro di ricerca personale. Ho iniziato a suonare stabilmente con un gruppo jazz, ho cominciato a prendere lezioni di batteria, e soprattutto ho concepito il progetto Quale Percussione? , sviluppando la mia intuizione che si potesse raccontare il mondo e la storia dei popoli e delle culture attraverso gli strumenti a percussione.
 

Nell’aprile del 1981, a Castelvetro di Modena, ho tenuto la prima mostra itinerante di percussioni al mondo! Ora lo posso proprio dire, anche se all’epoca non ero consapevole di essere stato il primo. Una delle peculiarità delle mie esposizioni è sempre stata, già da allora, l’interattività. Tutti gli strumenti musicali esposti vengono suonati, nulla è chiuso in una teca.
Il segreto è che gli strumenti vanno tenuti vivi!

 

Ho iniziato a lavorare nelle scuole elementari e negli asili già dal 1982, con laboratori per la costruzione di strumenti a percussione utilizzando materiali di recupero. A quell’epoca era una proposta ancora poco diffusa, soprattutto con il mio taglio antropologico ed etnografico, ma c’era già una certa sensibilità al tema da parte degli insegnanti e dei genitori. Anche questo è frutto del contesto culturale generativo delle nostre zone.
 

Insomma, le percussioni erano diventate ormai lo sfondo costante della mia vita, lavorativa e non. Lo stesso vale per lo studio dell’antropologia e dell’etnografia, che ho portato avanti da autodidatta, strettamente correlate all’organologia (l’ambito di ricerca che si occupa della storia e dello sviluppo degli strumenti musicali).

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Hai realizzato dei dischi o qualcosa di tuo?

Sì, ho fatto alcuni dischi, oltre a documenti audiovisivi con contenuto musicale, etnografico e pedagogico.

Ho scritto diversi libri, che spaziano da contenuti musicali ed etnografici a contenuti didattici.

Negli anni ho anche inciso diverse mie composizioni. Tra queste produzioni, nel 2008, ho inciso un disco completamente in acustico suonando le pietre sonore di Pinuccio Sciola, di cui vado particolarmente fiero.

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Quali rinunce hai fatto per la musica?

Io penso di essere un uomo fortunato, che può vivere di un sogno. Da bambino, pensando a quello che avrei fatto da grande, mi figuravo tre possibilità: il musicista, l’antropologo, e il giardiniere. Musicista lo sono, giardiniere lo sono stato, e per quanto riguarda l’antropologia, ritengo di avere acquisito sufficienti strumenti per poter rappresentare e far conoscere tutte le culture del mondo, e le loro storie, attraverso gli strumenti a percussione.

Cosa pensi delle nuove generazioni di musicisti e quali consigli daresti a chi oggi decide di iniziare a fare musica?

Penso che siano bravissimi: riescono a fare delle cose dal punto di vista tecnico che sono mostruose. Il problema vero è che suonano tutti uguali, nello stesso modo!

Oggi avremmo bisogno di qualcosa di nuovo, uno stile nuovo. Abbiamo bisogno che i giovani musicisti esprimano la loro personale visione, qualcosa di davvero originale e unico. Le composizioni partono sì dalla testa, ma devono poi scendere fino alle mani, alla pancia, al cuore! La gente ha bisogno di fare (e ascoltare) cose vere. E forse i giovani oggi hanno troppa paura di mettersi in gioco davvero, e mostrare cosa hanno dentro.

E un’altra cosa, ragazzi: leggete, leggete, leggete! Io da giovane facevo fatica a trovare dei materiali interessanti, invece adesso su internet si trova di tutto. Ma attenzione: anche le informazioni che si trovano su internet (anche quando sono corrette, e spesso non lo sono) sono superficiali. La rete è uno strumento utilissimo per trovare spunti per successivi approfondimenti, ma non può sostituire lo studio di testi specifici! E solo lo studio ci permette di acquisire davvero nuove competenze, di interiorizzarle davvero, così da poterle rielaborare secondo il nostro personalissimo sentire.

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Il Ritmo della Terra è la lezione-concerto che Luciano Bosi porta in giro da più di trent'anni, rinnovandola ogni volta con nuovi strumenti, conoscenze e aneddoti.

Un viaggio che, principalmente attraverso gli strumenti a percussione, mostra quanto le civiltà siano accomunate da suoni, rumori e silenzi e che "quell'atavico pulsare è già parte di noi, sopito nel profondo, solo in attesa di essere richiamato in vita".

Dopo la recente edizione a SD Factory e per la prima volta in live streaming, abbiamo chiesto all'etnomusicologo un resoconto di questa esperienza, le sue possibili evoluzioni e i futuri progetti musicali. 

Il Ritmo della Terra, cos'è, cos'è statoLuciano Bosi
00:00 / 06:41
Futuro de Il Ritmo della TerraLuciano Bosi
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Luciano Bosi e i progetti futuriLuciano Bosi
00:00 / 08:04
 

Michelle Cristofori

Quarantadue anni, lavoratrice, mamma, batterista, cantante e fondatrice del collettivo Mâtilde Orchestra

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Com'è entrata la musica nella tua vita?

In famiglia ho sempre ascoltato musica fin da bambina. Mi piaceva molto la danza classica e il mio passatempo preferito era ballare ascoltando vinili di musica classica che mio padre mi comprava (il Bolero di Ravel, Il lago dei cigni, ed esempio), era molto liberatorio.

I miei erano molto cattolici: ho sempre cantato volentieri in chiesa assieme agli altri e ripensandoci sono state le mie prime occasioni di percezione dell’energia della voce e di sperimentare la condivisione di questa forza con altri esseri umani.

Tutti i fratelli di mia mamma sono percussionisti in bande di paese, ma non lego la mia passione musicale a loro in quanto, essendo donna e nonostante sia una batterista, con me non hanno mai avuto troppo piacere anche solo a parlarne.

I primi ascolti di musica più “moderna” sono stati grazie a mia sorella maggiore, che da adolescente ne ascoltava tanta; in particolare grazie agli scambi con mia cugina e gli amici e per merito di programmi televisivi belli come quelli che anni fa potevo guardare (ad esempio su Videomusic).

Ripensando alla mia infanzia credo che quello che mi abbia più influenzato e contribuito a creare la mia personalità di musicista sia stato mio padre: era un grande raccontatore di favole e di storie e, a mia volta, raccontare storie è quello che faccio.

La musica l’ho sempre vissuta così, come un racconto. Non per niente il mio insegnante di danza diceva che per me la musica non era uno mero strumento per ballare...Ero distratta, mi perdevo, per me la musica era di più. La musica ti racconta sempre una storia, al di là del fatto che ci sia un testo: in un brano, ci sono paesaggi, atmosfere, imprevisti e personaggi che con le loro emozioni lo popolano e lo fanno vivere. Ti viene voglia di vedere cosa succede dopo, capire i personaggi. La musica per me ha questa dimensione narrativa ed è molto visiva.

Cos'è per te la musica?

Ho sempre avuto la percezione che fosse prima di tutto una grande amica con cui stare in ogni momento, da quelli più gioiosi e socievoli a quelli più intimi e introspettivi. L’ho sempre vista come strumento di condivisione, espressione, libertà ed espansione dell’essere. E’ per me anche un modo per dire: “Eccomi, sono qui, esisto anche io, vedetemi!”. 

La musica è movimento, cambiamento.

In certi periodi della mia vita l’ho percepita  come mera via di fuga dalla realtà; più invecchio maggiore è la percezione, sempre più nitida, che mi sia necessaria per scoprire davvero chi sono: quando canto, suono, entro in contatto con la vera me stessa, mi sento al posto giusto, mi ritrovo e allo stesso tempo mi percepisco infinita; questo a prescindere dall’avere successo o no come musicista. 

La vedi più come dimensione intima o sociale?

Entrambe le cose. Ascolto musica in cuffia quando ho bisogno di raccoglimento, quando sono melanconica o semplicemente concentrata su qualcosa ma, per carattere, è molto presente in me la dimensione sociale; è scambio, condivisione: con le Matilde viviamo proprio questa dimensione.

Come siete arrivate alla Mâtilde Orchestra?

Sono nate due anni fa, da una mia iniziativa. Credo di avere una capacità utile di sublimazione: nei momenti difficili in cui le cose vanno a rotoli la mia vena artistica mi da una mano, e creo qualcosa per resistere e andare avanti.

Ero in un momento di vita molto difficile, di cambiamenti complessi; per reagire mi sono data da fare e mi è venuta voglia di realizzare un evento bello come i concerti della ARZÂN! Orchestra, di cui faccio parte, che coinvolgesse tutte le donne musiciste che conoscevo: tantissime ma sempre un po’ lasciate da parte o penalizzate; questo mi dispiaceva, non mi sembrava giusto e volevo fare qualcosa.

È iniziato tutto quasi per gioco, era previsto un unico concerto in provincia in un piccolo locale ma, dopo quel concerto, è scattato qualcosa, si è accesa una fiamma: molte delle partecipanti si sono caricate, hanno portato altre musiciste, alcune hanno ricominciato a suonare più costantemente, altre hanno messo su progetti nuovi insieme, tutte abbiamo trovato nuove amiche, appoggio, energia e bellezza e scoperto quanto sia meravigliosa, seppur complessa, l'interdipendenza.

Parlaci delle tue canzoni...

Come ho già detto le mie canzoni sono storie. In esse metto molto di me e del mio vissuto, anche famigliare; ci sono i miei sogni e le mie emozioni, comprese le mie sofferenze.

Sono contenta di aver trasformato le mie insicurezze e il dolore in arte.

In realtà nei miei pezzi credo ci siano anche molta ironia e sarcasmo. Questa mia modalità di sublimazione non implica che io sia una persona che sostiene che per creare sia necessario per forza soffrire; non sono d’accordo con questa idea e una donna speciale delle Mâtilde me l’ha fatto comprendere ancora più chiaramente: vuoi mettere quanto ti insegnano e quanto cresci attraverso i momenti felici e gioiosi, quando ti senti amato e sostenuto?

Nelle prossime canzoni che scriverò spero di riuscire a fare emergere proprio la bellezza della capacità di sostenersi e sostenere, di darsi da fare, di costruire e di creare positività.

Come nell’ascolto anche il mio modo di scrivere i testi è visivo; pertanto, il racconto non è sempre diretto ma più evocativo e onirico.

Spesso mi chiedono se non sia un limite il fatto che non sia chiaro quello che voglio raccontare.

Per me ogni canzone è un atto di generosità; la si scrive per noi stessi ( e lo fai per te stesso perché ne hai esigenza) ma una volta che l’hai creata non è più solo tua, l’hai donata e chi l’ascolta può farci quello che vuole.

Per questo, non mi preoccupa il fatto che possa venire attribuito un senso diverso a quello che le ho dato io: una canzone comunica ugualmente, ognuno la riceve a suo modo. 

Sono una grande amante delle parole, del simbolismo e credo che non per forza sia necessario articolarle in frasi complesse; le parole, anche singolarmente, hanno una forza evocativa e comunicativa importante.

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Quando hai capito che la musica non era solo una passione ma qualcosa ancora di più, in cui investire tanto tempo ed energie?

Ogni volta che suono, in particolare ogni volta che canto.
Ogni volta che lo faccio sento di fare una cosa che davvero mi appartiene.

Non “vivo” economicamente di musica; ammiro chi decide e ha il coraggio di  fare “di più”, magari anche ragionando in termini commerciali, sono scelte che io non ho potuto o non ho voluto prendere ma sono comunque soddisfatta per i frutti di questa mia grande passione.

Vedere ad esempio tutto quello che abbiamo realizzato con Mâtilde, quanto è nato da questo lavoro, in termini di collaborazioni, concerti, progetti paralleli, sperimentazioni e idee.

Anche solo quando dopo i concerti qualcuno si complimenta o ti ringrazia per un’emozione è davvero bello e gratificante.

Quando hai capito che la musica non era solo una passione ma qualcosa ancora di più, in cui investire tanto tempo ed energie?

Ogni volta che suono, in particolare ogni volta che canto.
Ogni volta che lo faccio sento di fare una cosa che davvero mi appartiene.

Non “vivo” economicamente di musica; ammiro chi decide e ha il coraggio di  fare “di più”, magari anche ragionando in termini commerciali, sono scelte che io non ho potuto o non ho voluto prendere ma sono comunque soddisfatta per i frutti di questa mia grande passione.

Vedere ad esempio tutto quello che abbiamo realizzato con Mâtilde, quanto è nato da questo lavoro, in termini di collaborazioni, concerti, progetti paralleli, sperimentazioni e idee.

Anche solo quando dopo i concerti qualcuno si complimenta o ti ringrazia per un’emozione è davvero bello e gratificante.

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Un concerto che ricordi come particolarmente importante?

Uno dei concerti che mi è piaciuto di più tra i concerti fatti di recente è quello della mia band Micromouse in Ghirba:  questo locale ha un ambiente davvero ideale per noi musicisti; la gente che lo frequenta è sensibile e curiosa, viene lì proprio per ascoltare la musica dal vivo.

 

Con queste condizioni è anche più facile creare una connessione, per vivere un’esperienza autentica e intensa . Sono situazioni in cui senti che quello che fai è sincero e ha un enorme valore.

Fai molte rinunce per
la musica?

Di sicuro ci sono delle cose che devi trascurare perché di tutto non ti puoi occupare. 

A volte rinunci semplicemente a riposarti: è faticoso, dopo una giornata di lavoro, andare a provare o a registrare e passarci anche tutto il weekend a registrare, oppure caricare la macchina con la batteria e con mille altre cose e poi di nuovo scaricarla per un live e via di seguito al ritorno.

Tuttavia, mi ritengo fortunata, non ho mai dovuto fare grosse rinunce e ho sempre fatto quello che volevo, anche quando mia figlia era più piccola, cercando di “incastrare” tutto.

Qualche rinuncia ha riguardato lei; a volte alle prove o ai live vai lo stesso anche se lei ti vorrebbe a casa quella sera ma credo sia stato giusto farle capire che le cose vanno costruite e gli impegni rispettati anche se qualche senso di colpa è stato inevitabile.

Se c’è stato un prezzo da pagare forse riguarda di più i sensi di colpa che in tanti cercano di farti venire; il musicista non è socialmente compreso; in tanti vedono questa passione di suonare come una cosa sciocca e frivola.. figurati una mamma musicista che lascia a casa sua figlia per andare a provare o a fare concerti..

Comunque non sono mai riusciti a farmi venire dubbi; per me suonare è proprio un’esigenza oltre che bellissimo.

Solo un dettaglio: quando non cerco musica vuol dire che qualcosa davvero non va: è come un termometro!

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Il fatto di essere donna ha fatto la differenza?

Più che fare la differenza, è differente; non porta vantaggi, come alcuni si aspettano, anzi.

Sono stata fortunata perché ho molti amici musicisti maschi che non mi hanno mai fatto pesare il fatto di essere femmina, anzi mi hanno sempre sostenuta e valorizzata; certo è che quando inizi a suonare in giro, fuori dalla zona confort, le differenze le vedi eccome.

A volte sono cose sottili legate all’atteggiamento, le classiche sono che le band al femminile sono sempre il primo gruppo ad aprire i festival, spesso quelle alle quali viene assegnato il posto più sfigato e il tempo minore di esibizione.

Poi potremmo parlare ore di quanto la donna, soprattutto in questi ambienti legati all’immagine, e fare musica spesso lo è, non si possa permettere di essere meno bella, meno in forma e semplicemente di invecchiare.. e se ci fate caso, anche a livelli più “alti”, semplicemente leggendo una rivista musicale, quanto sia più facile che il lavoro di un’artista venga svilito con la mera descrizione del suo look sul palco piuttosto che della sua performance.

Quello che però mi infastidisce di più è che la donna, e non solo nell’ambiente musicale, per farsi rispettare e apprezzare deve sempre fare e dimostrare di più, non si può permettere di sbagliare e non le è mai dovuto niente come se la natura l’avesse dotata di un ruolo subordinato e di cura incondizionata per tutto e tutti e ciò nonostante sia considerata dotata di abilità comunque inferiori a quelle degli uomini.

Per capirci..se sei un uomo e suoni male un live può capitare, nulla di strano, forse non eri in forma o non ti eri preparato abbastanza; per la donna invece non è così: se suoni male un live accade in quanto sei una donna; quando la serata va bene ti senti dire “non male per essere una donna”...cosa c’entra l’essere femmina con tutto questo?

Per fortuna non tutti sono così ma quando mi rendo conto che sono per prime delle donne a sentirsi davvero inferiori e accettano di essere sminuite senza motivo, mi arrabbio molto.

Credo che l’attuale momento storico non sia dei più favorevoli; si percepisce una forte tendenza a voler ristabilire certe gerarchie di ruoli, che si credevano superate ma molto sostenute dall’attuale politica e, pertanto, chi come me suona in Mâtilde o si riunisce con altre donne, si confronta e inizia a chiedere spazio e attenzione da molto fastidio. 

Dal punto di vista sociale, come ho già un po’ detto.. se avessi fatto decoupage a casa o zumba in palestra sarei stata socialmente più accettata..ma credo che una donna, come ogni essere umano, abbia bisogno di essere semplicemente quello che è. 

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Di recente mi è capitato un episodio spiacevole con Le Mâtilde: in un locale sono stata avvicinata da un uomo che per conoscermi ha prima voluto sapere se, in quanto capo delle Mâtilde, fossi lesbica; so che la stessa cosa è capitata ad un’altra ragazza del collettivo e tralascio altri episodi ben più spiacevoli sull’argomento.

Intendiamoci il problema non era chiaramente il fatto di essere “etichettata” come tale; Mâtilde è e sostiene attivamente la differenza di genere.

Sostanzialmente quello che mi stava dicendo questa persona era che se sei una donna che fa parte di un collettivo di donne che fanno una cosa insolita, un po’ rivoluzionaria, non è possibile che tu sia una donna “normale”, “come le altre (quelle che vorrebbe lui)”, non puoi essere una madre, eterosessuale o uno dei tanti stereotipi nei quali la società ha bisogno di inquadrarti.

È proprio questa la prima cosa da chiedere quando incontri una persona? I suoi gusti sessuali?

Queste dinamiche stupide di stereotipi e di attacchi alle persone accadono di frequente e ne siamo tutte vittime direttamente o indirettamente. 

Personalmente certi miei pregiudizi li ho proprio affrontati e superati grazie a Mâtilde.

C’è bisogno di più rispetto in generale e di un grande impegno culturale da parte di tutti noi.

Che colore ha la musica?

Tutti i colori, è una tavolozza in continuo movimento; ha tante voci e ogni voce ha il suo colore.

In questo anno e mezzo, nonostante lo stop forzato e le difficoltà, la Mâtilde Orchestra non si è del tutto fermata. Il collettivo, come aveva già fatto durante il primo lockdown con "Call Me Mâtilde", nei mesi scorsi ha lanciato il progetto collettivo "Mâtildoska", ben raccontato nell'intervista che trovate qui.

Una open call for artists aperta a tutt* che mira a raccogliere contributi artistici e a metterli in circolo all'interno del circuito dei partecipanti per essere modificati, integrati, rivisitati.

Un esempio? Eccolo:

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PASTICCINI


Li ricordo ancora
Dolci sulla lingua
Quella tua
Per farmi impazzire e
Sputarmi addosso
Frigida


Frigida...


Com’è che quei
Pasticcini
Li ricordo ancora?

Non possiamo spoilerarvi nulla, ma ci sono altri progetti interessanti in corso, altri in fase embrionale, e non vediamo l'ora di poterli vedere conclusi.

Un periodo di raccoglimento, di sospensione, ma che non ha intaccato il flusso creativo della Mâtilde Orchestra.

 

Mara Redeghieri

Ha spaziato tra la tradizione popolare e la sperimentazione elettronica, il pop e l'underground, sempre con grande curiosità ed entusiasmo. Ex-voce degli Üstmamò, Mara Redeghieri ha una personalità esplosiva. E recidiva.

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Cos'è la musica per te?

La musica fatta da me l'ho incontrata tardi, a trent'anni ed in maniera casuale. Rappresenta un mondo parallelo ed incantato che sussurra e suggerisce all’orecchio altri punti di vista, altre possibilità, lontane mille miglia dal vissuto quotidiano.

A trent'anni? Come è successo?

Ad una piccola festa della birra, in montagna, ho assistito ad uno dei primi live degli Üstmamò e sono rimasta colpita dal loro modo di suonare, molto innocente, innovativo, lontano mille miglia da percorsi commerciali o modaioli.

Dopo poco tempo, venuta a sapere che sono in cerca di voci femminili, mi propongo in maniera del tutto sperimentale, per curiosità e stima di quello che stavano facendo, e perché li trovavo straordinariamente simpatici, vitali.

Ma tu cantavi già?

Non precisamente, e soprattutto non avevo mai pensato ad entrare in un gruppo musicale.

Incredibile... Però avevi consapevolezza delle
tue capacità, giusto?

Canticchiavo come possono fare tanti, amavo la musica assieme ai miei amici, la seguivo attentamente. Appena laureata a Bologna in Lingue e Letterature Straniere torno in Appennino un po’ affannata, e l’idea di una nuova avventura con questi giovani musicisti montanari mi intriga e ossigena parecchio.

La laurea tanto agognata dai miei genitori, mi permetterà poi una sussistenza stabile, con l’insegnamento della lingua inglese.

La musica dunque non ti serve
per vivere, perché pensi che sia importante questo fattore?

Guai se le mie passioni artistiche si dovessero trasformare in affare economico, ho assoluto bisogno dei miei tempi che sono lenti e spesso vuoti.

I tempi commerciali, le scadenze i singoli da far uscire al momento opportuno mi devastano e costringono al silenzio, prediligo e cerco di proteggere un rapporto viscerale e profondamente emotivo con le note.

A proposito di emozioni, parlaci
di quelle che hai provato, se e come sono cambiate con il tempo

L’emozione dei live è sempre fortissima, salire sul un palco è come tuffarsi dal paracadute, volare in deltaplano sui boschi, scendere a cento metri nel mare trasparente. Poi ci sono le prove, i primi accenni di buone melodie, gli sguardi disperati e ansiosi di qualcosa che non gira a modo, la meraviglia di riuscire finalmente ad entrare in studio e registrare con quei microfoni stellari!

Libera dal malessere della noia, dalle giornate bigie che non vogliono finire, dalle delusioni amare . E molta emozione mi procura sentire la voce amplificata che si libra nell’aria mescolata alle melodie . Non è come parlare, cantare è un modo di comunicare che assomiglia un po' al canto degli uccelli.

Attraverso le note della voce si arriva ad un contatto intimo, primitivo , viscerale.

È una specie di appello, di richiesta di attenzione massima.

Mi piacciono inoltre tutte le forme della musica contemporanea e le mille variazioni e possibilità che la tecnologia mette a disposizione.

Hai mai studiato la musica
e il canto?

Non sono mai riuscita, la tecnica mi spaventa. So che è molto importante infatti in diverse occasioni ho dimostrato di non avere i mezzi ne’ la padronanza per sopportare la situazione, ma sul palco l’emozione mi travolge e dimentico subito dove e quando respirare ed usare il diaframma.

La musica ti ha cambiato come persona?

Indubbiamente, mi ha permesso di approfondire una parte importante parte di me, di inventare e segnare un percorso di crescita individuale e di collaborazioni con musicisti e professionisti della musica che hanno reso questa esperienza unica.

La mia professione di insegnante spesso mi tarpa le ali, mi costringe in poco spazio. La musica mi lascia respirare. Il pubblico mi applaude e mi apprezza.

Il mio ego vola alto, soddisfatto e ripagato.

Assorbita nel vero lavoro di squadra, con collaborazioni che chiedono condivisione, ascolto muto e rispettoso, rinuncia delle proprie ferree convinzioni.

Anche quando tutto finisce, perché le cose cambiano si trasformano,

si ripresentano. Spesso mi chiedo come sarei stata se non avessi avuto questa preziosa occasione.

Che consigli ti senti di dare a chi
si approccia oggi alla musica?

Meno Cover, meno scimmiottamenti Americani, meno Rap.
 

Viva le composizioni nuove, le melodie azzardate, le parole scritte di fresco e cantate con le note del pentagramma Cuore Emozione Disperazione Gioia.

Adoro i musicisti innamorati dei loro strumenti, autodidatti o freschi di conservatorio, che sperimentano, amano, approfondiscono, coltivano.

La musica pretende attenzione e cura, come una relazione tra persone.

Quante strade ha la musica?

Infinite. Per quello che riguarda la mia esperienza dall'elettro pop alle canzoni popolari e anarchiche. In ognuna di queste ho sudato ed approfondito il mio percorso individuale, sempre cercando di tenere a mente cosa fosse più importante raccontare, descrivere.

Come si scrive una canzone?

In vari modi. All’inizio le miriadi di composizioni musicali degli Üstmamò mi hanno ispirata parecchio, le mie parole scaturivano dalle emozioni ispirate dalle loro note Altre volte il cervello canta e suona fischia mentre dormo, quindi mi sveglio e scrivo di getto . Scrivo ovunque, anche sui biglietti dell’autobus, quando ho una sensazione che vaga, la devo fissare.

Vagoni di parole e frasi in libertà più avanti diventeranno una canzone. A parte certe rare illuminazioni, il tutto avviene molto lentamente, goccia dopo goccia in una stratificazione stalattitica.

 

Nel mio ultimo disco RECIDIVA c'è ‘Cupamente’ una canzone nata quattordici anni fa, che attraverso variegate stesure ha trovato col tempo forma e dimensione.

Nicola Bonacini

 

Tecnico informatico, ma soprattutto bassista, Nicola Bonacini ha militato in diverse formazioni, tra cui i Caravane De Ville, per poi finire al fianco, in forma stabile, del progetto con Mara Redeghieri. Quando ha capito di amare il basso, si è buttato a capofitto nello studio della tecnica, senza mai smettere.

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Cos'è la musica per te?

Bella domanda...Anni fa ti avrei detto una passione. Oggi ti dico che è un'esigenza. Nel senso che una passione può anche essere giocare a calcetto, ma se non lo faccio per un po' di tempo non succede nulla. Quando invece una cosa fa proprio parte di te e hai fatto dei sacrifici per continuarla a fare, diventa davvero un'esigenza. E non solo perché, come nel mio caso, diventa parte del tuo lavoro, ma soprattutto perché hai bisogno di fare e hai bisogno di dire.

Partiamo da quando la musica era una passione: com’è stata la chiamata?

La chiamata è stata avere una tastierina a casa che usava mio fratello e io a cinque anni ci mettevo le mani. Poi ho cominciato a prendere qualche lezione. Poi da più grande volevo suonare in un gruppo, e in un gruppo cercavano un bassista, e allora mi sono messo a suonare il basso elettrico, e anche quello era già a casa mia. Poi mi sono reso conto che dovevo studiarlo bene questo strumento, quindi mi sono iscritto ad una scuola di Milano, il CPM, e l'ho frequentato per tre anni, un giorno a settimana. È una scuola che forma i turnisti e quindi ti insegna a suonare tutti i generi. Devo anche dire che oltre alla tastierina di mio fratello probabilmente sono servite anche le canzoni che mi faceva ascoltare mio padre, che amava i cantautori come De Gregori. E ricordo che per calmarmi mi metteva su Bach...

E le prime esperienze dopo la scuola milanese?

Avevo più di vent'anni e sono entrato nei Caravane de Ville, un gruppo fondato da Giovanni Rubbiani che veniva dai Modena City Ramblers, con sette elementi, abbiamo fatto due dischi.

Quindi possiamo dire che la professione è cominciata lì?

Sì, nel senso che io lavoravo a tempo pieno come tecnico informatico e facevo fatica a conciliare i vari impegni, non avevo abbastanza permessi e ferie. Quindi c'era da fare una scelta, e io ho scelto la musica. Nei Caravane ho suonato per cinque anni.

È stata una scelta difficile lasciare un posto fisso per una passione?

No, nel senso che ero abbastanza tranquillo, nel senso che in quegli anni, era il 2001, a Reggio di lavoro ce n'era e quindi pensai che avrei potuto tranquillamente tornare sui miei passi anche dopo. Comunque non ho mollato tutto perché ho aperto partita iva e mi gestisco in proprio la professione di tecnico informatico. È stata comunque una scelta ponderata, non un salto nel buio. Mi sono subito iscritto al conservatorio di Reggio per studiare contrabbasso, ho cominciato a frequentare dei workshop di Jazz e musica etnica per formarmi il più possibile. Insomma, avevo le idee chiare su quello che volevo fare e volevo farlo nel miglior modo possibile.

Hai mai avuto momenti di ripensamento?

No, se non avessi fatto quelle scelte ne avrei fatte delle altre ma sono sicuro che sarebbero state sempre in prospettiva musicale.

Prima parlavi di sacrifici, cosa intendi precisamente?

Suonando ti capita di lavorare molto di più d'estate e nei fine settimana, e questo vuol dire rinunciare a molta della tua vita privata, per esempio organizzare le ferie con la tua ragazza o con gli amici. Noi, i Caravane de Ville, chiedevamo agli organizzatori della tournée di trovare le date nel periodo nel quale la maggior parte dei componenti poteva andare in ferie, altrimenti diventava complicato. Bastava che mancasse uno di noi per far saltare tutto.

Certo che chi suona molto ha poco tempo per sé, soprattutto i week end. Io una volta avevo già i biglietti per un concerto dei Radiohead, ma poi è spuntata una data per un nostro concerto e addio.. Non so quanto tempo è che non vado ad un concerto!

Torniamo un attimo agli inizi, da ragazzino vivevi la musica come un sogno o avevi già chiara la tua vocazione per il futuro?

Da ragazzini sognavamo di diventare come quei musicisti di quei gruppi che ascoltavamo. Il gruppetto era come una famiglia, ci si trovava tutti i giorni sempre con delle idee nuove, chi portava un testo, chi una linea melodica; era entusiasmante vivere così, avevamo sedici anni e tutto era possibile! L'importante era suonare. Io, per esempio, da giovane ho sempre avuto almeno due gruppi contemporaneamente, anche perché i bassisti erano sempre molto richiesti.

Proponevate cover o musica vostra ?

Solo musica fatta da noi. A quei tempi, parlo degli anni ‘90, si pensava che fare cover ti limitasse la creatività, cosa che non so quanto corrisponda al vero, ma pensavamo così. Quindi era quasi impossibile trovare cover band. Quelle sarebbero poi nate dopo, cover e tribute band.

Per noi era normale quasi quotidianamente scrivere musica nuova.

Come si scrivono le canzoni? O meglio, come le scrivi tu?

Io ho sempre scritto solo musica, e arrangiamenti. Da giovane buttavo giù gli accordi e facevo proprio la canzone, con anche la linea melodica. Adesso invece, visto che si lavora insieme ad altri, lavoro più a cellule, butto giù delle micro idee, che possono anche essere degli strumenti finti che poi non ritrovi, o delle melodie che poi non servono più e che puoi togliere perché hanno stimolato nuovi strumenti o altre linee melodiche, quindi principalmente produco queste cellule di un minuto o due poi le faccio sentire a cantanti, o colleghi musicisti. Questi a loro volta aggiungono quello che viene a loro. Praticamente la canzone è frutto di una collaborazione step by step. Ovvio che per fare cose buone bisogna avere sintonia tra le persone che partecipano alla costruzione delle canzoni.

Ti ricordi il tuo primo concerto?

Ricordo che suonai l'armonica a bocca!

Cioè, pur di andare su un palco eri disposto a suonare qualsiasi strumento!

Avevo 14 anni, mio fratello aveva un gruppo rock-blues, e io con le mani che tremavano andai sul palco a suonare due canzoni, al Be-Bop di via Pansa, un luogo mitico per quelli della mia generazione. Allora c'erano tanti locali dove potevi suonare, sperimentare, la gente era curiosa di ascoltare i gruppi emergenti. Adesso è molto difficile per i giovani trovare locali che fanno musica dal vivo, e se ci sono ti chiedono le cover. E da lì secondo me si è poi arrivati al genere Karaoke.

Com'era il pubblico in quegli anni?

Ma guarda, come dicevo prima, secondo me c'era più curiosità. Oggi, la gente vuole la certezza di sapere cosa ascolterà, per questo vanno molto le tribute band. Ricordo, invece, che quando suonava un gruppo da qualche parte gli altri gruppi del panorama andavano ad ascoltare, anche per confrontarsi, per vedere come gli altri scrivevano le canzoni. C'era una bella collaborazione tra i band, se uno trovava una data capitava che chiamava altri gruppi per dividere la serata e magari suonare qualcosa insieme. Anche perché si suonava per un panino ed una birra.

Ricordi la prima volta che il panino e la birra lasciarono il posto a qualche soldo?

Certo! Avevo credo 17 anni, eravamo al Mondrian, il locale di viale Ramazzini che poi diventò il Lokomotiv e poi il Maffia. Ci diedero trentamila lire a testa.. Quando tornammo nella nostra sala prove buttammo i soldi in aria per farceli cadere in testa, come se fossero milioni! Fu una bella soddisfazione...È comunque anche dopo, i guadagni che arrivavano servivano come fondo cassa per comprare i pezzi di ricambio della strumentazione, o per pagare l'affitto della sala prove, o per fare i CD da vendere ai concerti.

Cosa consiglieresti ad un giovane che sta per cominciare a suonare?

Prima cosa, studiare bene il proprio strumento, poi sperimentare generi diversi per aprire il ventaglio delle possibilità e per crescere come capacità. Mi piace chi propone la propria musica perchè quella è sempre stata la mia strada ma non sono contrario alle cover. Una cosa che non mi è mai piaciuta è l'utilizzo delle basi. Capisco che con la crisi dei cachet si debba a volte suonare in pochi, ma credo che sia più bello suonare magari con arrangiamenti più scarni o si può utilizzare le loop station che ti danno la possibilità di riempire meglio il tutto, però lo fai tu in diretta. La base invece ti vincola molto, non ti lascia lo spazio per dei soli che vorresti e potresti e dovresti fare dal vivo.

Tu nel tempo hai suonato e fatto parte di gruppi professionisti o semi-professionisti; a differenza di quando eri giovane le emozioni dei live sono cambiate?

Da certi punti di vista si, però la soddisfazione di fare ascoltare le tue opere è sempre la stessa. Anzi, a volte è una liberazione! Nel senso che ci si mette talmente tanto tempo per produrre qualcosa che quando la proponi per la prima volta ti senti finalmente più leggero!

A quale colore associ la musica?

Direi al verde.

E a quale stagione?

Alla primavera. Anche se le composizioni vengono meglio in autunno ed in inverno.

 

Lorenzo Valdesalici

Inizia a studiare musica in Appennino Reggiano; si diploma in chitarra classica al conservatorio "Achille Peri" di Reggio Emilia, poi naufraga nella musica elettronica, nella produzione musicale e nella composizione per orchestra. Collabora alle produzioni di diversi artisti da svariati anni, tra cui Mara Redeghieri e Tiziano Bianchi. Si diploma in "Composizione di musica per film" al conservatorio "G.B. Martini" di Bologna.

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Foto di Andrea Herman

Come ti sei approcciato alla musica? Qual è stato il vostro primo contatto, anche indiretto?

Il primissimo contatto con la musica è stato grazie ai miei genitori che me ne facevano ascoltare parecchia. Ho sempre avuto la casa piena di cd quindi - anche per caso - ci arrivi. Ricordo anche il mio primo approccio al suonare: io che mettevo su il disco dei Beatles, sempre lo stesso disco, prendevo le padelle di mia madre con due bacchette e suonavo le padelle. Questa è stata la primissima cosa che ho fatto. Naturalmente ho spaccato un sacco di roba, ma i miei mi hanno lasciato fare, sono stati bravi.

E come è stata l’evoluzione?

Intanto devo dirvi che ho vissuto fino a diciott’anni in Appennino, che miracolosamente contiene delle scuole di musica. I miei hanno deciso di iscrivere sia me che mia sorella a una di queste scuole comunali (quella di Villa Minozzo) e io, quando è stato il momento di scegliere lo strumento, ho scelto, non so perché, la chitarra. Da lì ho sempre continuato a studiare: sono stato al Merulo a Castelnuovo ne’ Monti poi son venuto a Reggio Emilia al Peri.

Qualcuno della tua famiglia suonava?

No. L’unico era un mio zio, che faceva musica elettronica in tempi non sospetti. Meraviglioso, fuori come un cavallo, era l’unica persona della mia famiglia che suonava. Strimpellava la chitarra e usava il computer.

Quindi non sai perché proprio la chitarra.

Non me lo ricordo. Me la sono trovata in mano e non l’ho mai più mollata. Infatti adesso ho un rapporto conflittuale con lo strumento. Studiare tanto ha anche dei lati negativi: si può arrivare a fare esperienza di un rifiuto di una cosa così bella come la musica. Il Conservatorio ti mette tanto alla prova; conosco tante persone che hanno mollato, non perché non fossero brave ma perché non ce la facevano più, psicologicamente, proprio.

C’è stata una linea di confine tra lo “studiare da conservatorio” e lo “studiare per me, fare le cose che piacciono a me?” Hai sentito che stavi facendo la cosa giusta?

È una bella domanda. Sono sempre a cavallo tra queste due cose, tra la gratitudine che provo nei confronti del conservatorio e il rigetto e il dire: “Voglio studiare perché voglio farlo io e non perché qualcuno mi indica un percorso”. Quando ho finito il Peri e mi sono diplomato in chitarra, questa cosa l’ho sentita molto e mi sono detto: “Abbandono la musica classica e vado a studiare musica elettronica”. Sono passato da un conservatorio all’altro quindi non è che io abbia fatto chissà quale cambiamento radicale, però ho sentito quel salto, anche perché il mondo della musica classica è molto chiuso e competitivo, tutte cose che non combaciavano con quello che sentivo.

La musica cambia, è il nome di questo progetto e il suo grande tema. In che modo ti ha cambiato la musica? Ci sono stati dei momenti particolarmente significativi e di svolta o hai sentito che giorno per giorno tu modificavi qualcosa di te?

Per tanto tempo non mi sono neanche posto questa domanda. Era scontato: per me è naturale, mi alzo la mattina e se non devo fare altro mi siedo al computer e scrivo musica.

Quindi tu componi?

Sì. È una cosa naturale per me, ti cambia la vita perché è completamente un’altra maniera di fare esperienza anche della tua giovinezza. Ci sono alcuni miei coetanei che sono già inquadrati in azienda, hanno qualche soldo da parte, iniziano a metter su famiglia. Tu ti ritrovi sempre in un percorso parallelo rispetto al loro. Fai più fatica, guadagni meno, ma so che non potrei fare altro.

Hai fatto delle scelte, quindi; cioè, il mondo normale andava in una direzione e invece tu no. Le hai subite o sei contento?

Entrambe le cose. Un po’ le subisci, cioè, quando pensi: “Cavolo, non posso andare in vacanza perché non ho un euro”, oppure, “Non posso andare alla festa del mio amico perché devo andare a suonare”, è vero un po’ le subisci, ma d’altra parte se fossi alla festa del mio amico subirei il fatto di non essere andato a suonare. Non ho quasi mai rinunciato ad andare a suonare per fare altro. Tutte le volte che ho preso un impegno l’ho sempre onorato.

Crescendo, ti sei reso conto di aver mai messo in secondo piano l’interesse per qualcuno?

Entrambe le cose. Un po’ le subisci, cioè, quando pensi: “Cavolo, non posso andare in vacanza perché non ho un euro”, oppure, “Non posso andare alla festa del mio amico perché devo andare a suonare”, è vero un po’ le subisci, ma d’altra parte se fossi alla festa del mio amico subirei il fatto di non essere andato a suonare. Non ho quasi mai rinunciato ad andare a suonare per fare altro. Tutte le volte che ho preso un impegno l’ho sempre onorato.

Come ti vengono le idee?

Ho la fortuna di essere molto prolifico, quindi giocando con gli strumenti poi mi vengono idee. Una melodia, un testo che leggi, tutto. Tutto è potenzialmente uno stimolo compositivo e quando capisci questa cosa diventi prolifico. Il problema di chi non riesce a comporre non è che non è capace ma che non ha acquisito questa consapevolezza. Invece se nel momento in cui componi sai con certezza che è quello che sei in quel momento, nessuno ti potrà dire niente e allora puoi comporre continuamente.

Se andassi a prendere 10 canzoni che hai scritto fino ad oggi riusciresti a ritrovare il momento che stavi vivendo, a come stavi, alla tua biografia di quegli anni?

Sì. Diciamo che succede anche una cosa molto bella, ovvero che a volte ascolti della roba che hai fatto dieci anni fa e non ti rendi neanche conto che le hai fatte tu. Sembra proprio un’altra persona, non ero io. Oppure dici: “Cazzo, ma quella roba l’avevo fatta bene”, ed è incredibile perché in quel momento mi faceva schifo e invece la ascolti dopo dieci anni e pensi che, invece, non era così male.

E cosa fai, ci rimetti mano? La modifichi con un po’ di oggi?

Dipende. Trovo che ritornare sui propri passi, a livello pratico, sia molto faticoso; ed è un problema di chi compone: se sei molto prolifico ti viene facile iniziare le cose; riuscire a concretizzare, creare un pacchetto che funzioni, quella è la vera difficoltà. Mi trovo sempre con tantissimi stimoli, tante bozze; non riesco mai a concluderle tutte proprio perché è faticoso ritornare sui propri passi.

Lavori in sinergia con altri o quando componi cominci e finisci da solo?

Dipende dai progetti. Alcuni nascono in solitaria, altri invece no. Ad esempio con Mara lavoriamo in sinergia: faccio le musiche, gliele propongo e lei ci scrive sopra; poi ci lavoriamo insieme agli altri musicisti i quali a loro volta ci mettono del loro. Diciamo che lavorare da soli è anche estremamente rilassante perché se hai un’idea in testa riesci a concluderla, senza dover fare mediazioni o compromessi – che è un po’ la fatica del lavoro di gruppo, ecco.

Che obiettivi ti stai dando? Come ti vedi tra dieci anni, sempre nella musica?