LA MUSICA

CAMBIA

CAMBIA

CAMBIA

Intro a cura di
Alberto Pioppi

Sociologo del Territorio

Ricordi la prima volta che hai suonato uno strumento?


Avrai sicuramente sentito un brivido lungo la schiena al primo accordo che finalmente esce nella tonalità giusta. E da lì in poi un fiume in piena di emozioni, di ore dedicate, di aspettative, di gioie e di delusioni.

Ricordi la prima volta che hai scritto le parole di un testo?

Non puoi avere dimenticato la sensazione di compimento nel rileggerle, nel cambiarle, nel provare a musicarle e nel riuscire alla fine a cantarle. 


E quanti come te, prima di te e dopo di te.

Persone diverse, per età e per gusto musicale, per propensione al sacrificio
e per predisposizione alle scelte, e scegliere vuole anche dire rinunciare
ad altro. Ma tutte accomunate da un'unica certezza: la musica cambia.
Non puoi più essere la stessa persona se ti accompagni con lei, se le concedi spazio, se la metti in cima alle priorità, se la elevi a destino, se la tatui sul cuore. La musica cambia perché il mondo cambia, esige aggiornamenti e nuove modalità di interpretazione e di espressione.


La musica cambia nel tempo e cambia il tuo tempo.

 

Questo concetto è stato l'orizzonte che con questo progetto abbiamo voluto esplorare, abbiamo voluto mettere sotto la stessa luce emozionale diverse storie di diversi artisti, diverse conquiste e diverse visioni. Raccontare i vostri vissuti e le vostre sensazioni, accorpandole ed avvolgendole ad un tronco comune che sempre di più si nutre di nuove storie per far nascere foglie di rinnovata verdità, è stato per noi entusiasmante. Ma La musica cambia è un progetto che non ha una fine, può e deve arricchirsi di nuove energie e di nuovi pensieri, perché la musica è infinita così come è infinita l'anima che la attraversa e che la rende unica.

 

Questo è il motivo per cui vogliamo creare uno spazio virtuale in continua espansione e aggiornamento, in cui portare avanti la nostra ricerca e le risonanze comuni che si attivano leggendo racconti di vita vissuta.

 

Progressivamente vedrete costruirsi questo longread fatto di testi, audio e immagini, in cui parliamo di musica e al quale chi vuole può aggiungere un pezzo, la sua storia, e intrecciarla con l’ordito comune.

 
 

LE INTERVISTE

 

Àpeiron

Irene Poziello voce Fabian Arduini basso Davide Davoli chitarra Gian Maria Guerra batteria

Gli Ápeiron sono un gruppo rock emergente di Novellara. Nati nell'agosto 2014, si occupano per lo più della composizione e dell'esecuzione di brani originali. Il loro primo singolo si intitola Tears.

Allora ragazzi, diteci: chi siete?

Siamo quattro persone, due delle quali si conoscevano dal 2014, e poi pian piano abbiamo messo su il bassista che poi ci ha portato la nostra cantante, nel 2016. Facciamo musica e fin dall’inizio abbiamo deciso di scrivere i pezzi che suoniamo. All’inizio era  un gran flusso di coscienza, uno stream of consciousness alla Joyce: tutto fluiva per mezzo della musica e delle parole (30 minuti a pezzo era lo standard). Questo ci ha formato tantissimo nel nostro modo di suonare ed è anche stato un grande allenamento per il modo in cui, per suonare quei pezzi, dovevamo coordinarci e stare sul palco. Oggi le cose sono un po’ cambiate: il sound è rimasto (l’influenza psichedelica e la voglia di sperimentare) ma in una forma più circoscritta e definita; abbiamo tolto le improvvisazioni che non finivano più e strutture non ben determinate dei pezzi.

 

Io sono entrata nel gruppo nel  2016 e ho trovato un gruppo con un sound già ben definito. Ho solo dovuto mettere le parole e la voce perché per il resto c’era già tutto. È stato molto confortevole.

Anche per noi il suo arrivo è stato davvero molto confortevole; la cosa incredibile è che è come se ci fosse sempre stata: è arrivata, il primo giorno, e ha iniziato a cantare subito una melodia che stava in piedi dall’inizio alla fine e a scrivere parole sulla musica.

Siamo quasi tutti di Novellara, ci vedevamo in giro… a un certo punto si sono intrecciate le strade in modo così lineare, come per magia, davvero.. non avrei mai immaginato che le cose si sarebbero evolute in questo modo! 

Come definite il vostro genere musicale, se lo definite?

Non ci definiamo; se dovessimo definirci, siamo appartenenti alla famiglia rock; è rock il nostro stato d’animo sul palco, e la voglia di fare saltare e divertire con noi il pubblico, ed è questo quello fondamentale.

Abbiamo dei pezzi un po’ diversi, alcuni sono ai confini col grunge, altri un po’ più progressive, ci piace mettere nei pezzi cose che non c’entrano con il pezzo, cose molto progressive musicalmente.

 Io invece col testo cerco di tenere le parti unite, se no tutto si scolla!

In che lingua cantate?

Scrivo per lo più in inglese; con loro sono sempre stata abituata a scrivere sul momento, di getto sulla musica e quasi mai cambiare il testo successivamente e l’inglese era quello con cui mi sono trovata meglio. Per scrivere un testo in italiano serve molto più studio, la scelta delle parole è molto più variegata, ed è più complesso, mi ci sto mettendo. Capisco che il mio stile debba ancora evolvere sotto questo aspetto!

Noi le lasciamo carta bianca; ed è così, perché noi abbiamo questa filosofia nel far musica,  o, almeno, l’abbiamo avuta fino ad adesso: il pezzo nasce nel momento in cui lo manifesti, lo suoni, lo rendi vivo. Non che uno scrive il pezzo e lo porta agli altri: noi lavoriamo che siamo lì insieme e tutti e quattro lavoriamo insieme con la massima libertà interpretativa espressiva e finché tutti e quattro non siamo d’accordo su cosa si suona non lo si suona. A volte questo è molto difficile perché veniamo da retroscena culturali diversi. Ma lo creiamo insieme, in sala prove, nella massima libertà di ciascuno.

Ecco, a proposito dei vostri retroscena culturali diversi: com’è stata l’origine personale della vostra passione?

A 14 anni, ero in campeggio, mi sono svegliato un giorno e mi sono detto: «Voglio suonare Another one bites the dust, dei Queen». Allora ho deciso che, una volta tornato a casa, avrei iniziato ad andare a lezione di basso. È stata un’esigenza improvvisa – ogni tanto sento l’arrivo di una esigenza nuova per evadere mentalmente.. non mi chiedere perché; ma stavolta è stata questa, anche se fino a quel momento non avevo mai avuto esigenza di suonare in vita mia.

Dopo un anno di indecisione tra suonare batteria e chitarra, ho iniziato a suonare la chitarra, per due anni; però a un certo punto, a 12 anni, ho smesso perché sentivo che non mi dava niente.. ho preso in mano due pezzi di legno e ho iniziato a picchiare cose a caso. Dopodiché ho iniziato ad andare a scuola di musica, è arrivata una batteria e… le prime soddisfazioni.

Inizialmente ascoltavo solamente; i miei genitori non sono musicisti ma nella mia vita la musica c’è sempre stata perché pensavano che arricchisse molto la vita. Da piccola sono stata sempre molto introversa non l’ho quindi mai sperimentata; poi, un giorno, ho visto l’apertura di una nuova sede Cepam e ho provato, più che altro per cercare di aprirmi di più agli altri. Ho iniziato a prendere lezioni quando avevo 10 anni ; avevo appena compiuto 16 anni e ho saputo che un gruppo cercava una cantante. Sto iniziando a suonare pianoforte, mi ci sento a mio agio.. lo sento come se fosse un prolungamento del mio intero corpo non solo braccia, ma piedi e testa.

Io vi racconto la storia mia e della musica: a un certo punto della mia esistenza i miei genitori hanno deciso che saremmo andati molto spesso in vacanza in Trentino e il viaggio in macchina era pesante...e così i miei mi hanno preso il cd dei Nomadi. A un certo punto della mia vita ho avuto un grave lutto, avevo 9 anni, volevo sfogarmi, ribellarmi contro il mondo perché stavo male; allora ho iniziato ad ascoltare la musica che ascoltava mio padre perché eravamo rimasti io e lui in casa. Gli ACDC, ad esempio, volevo suonare come loro; poi Led Zeppelin’… suono da quando avevo 10 anni. Ho esplorato e studiato tante cose, armonia, solfeggio, suonato vari strumenti. Adesso siamo in una situazione per la musica che è così: quella che  gira ora per radio è malaticcia, c’è un po’ poco. Tu senti una canzone e dici «Ah, bella!», poi ne ascolti un’altra e vedi che è più bella ed è stata pubblicata 5 anni prima… adesso io ascolto e suono solo la suite 995 di J. S. Bach, per clavicembalo trascritta. Però la musica mi piace da matti; poi scrivere una canzone è stupendo.

Come nasce un vostro brano?

In sala, iniziamo a improvvisare e se si trova un riff si parte da quello; oppure una melodia che piace e che si propone agli altri e poi si cambia (stravolge!), rimane un ricordo ma poi diventa una canzone. Si trova il ritmo, i primi accordi di chitarra e basso e poi improvvisazione con la voce (un finto inglese) e da lì inizia a scrivere le parole. Nasce per forza insieme il testo.

E comunque dipende; perché ci sono pezzi ai quali devi pensare e pezzi ai quali non devi assolutamente pensare, devi essere in uno stato mentale un cui sei completamente avvolto da quello che risuona. È l’arte che chiama l’artista, sempre. Teniamo anche le luci basse in sala prove, infatti.

Abbiamo una sala prove costruita in una casa vecchia in campagna; l’abbiamo rifatta da zero, pezzo per pezzo, intonaco, vernice, grattare gli scuri … l’anno scorso ci siamo presi 6 mesi per crearla e sistemarla, arredarla, abbiamo investito tanto sudore e fatica e ora questa sala prove ci lega un sacco. Voglio dire, io studio all’università, leggo Nietzsche e fare questi lavori manuali è stato pazzesco, bellissimo, ci ha uniti davvero tanto.

Quando avete capito che il gruppo funzionava?
Che eravate voi…

Per me è stato quando abbiamo provato la prima canzone, il primo giorno. È stato durante la prima prova insieme: ho sentito come un’onda di suoni, ho sentito che era qualcosa che poteva davvero diventare grande e crescere, e ci credo ancora. È stato qualcosa di soprannaturale, davvero.

Durante il primo concerto: abbiamo fatto un pezzo e appena abbiamo finito, è partito un applauso…ma di quelli veri.

Quando porti sul palco un pezzo con loro porti il cuore, cavolo; quando porti una cover, porti una copia.

Sul palco ti arriva quella scarica di vita che in prova non hai.

Ci sono state anche delusioni; concerti vuoti di persone; amici che non sostengono tanto, insomma scarichi per questioni più culturali che altro..il “culo pesante” e l’abitudinarietà; o il fatto che il rock “è da sfigati”.

Cosa pensano del vostro progetto i vostri amici,
i vostri genitori, morosi/e?

I miei genitori sono d’accordo - e hanno adottato tutti loro; mi sostengono in questo progetto perché vedono che mi dà vita, non sarei la stessa se non avessi questo gruppo. Prima sentivo che è come se non avessi avuto il mio posto nel mondo, una direzione precisa. Adesso ho un sogno preciso ed è grazie a loro che ho i piani chiari. Loro accettano quanto sono stramba...

Per quanto ci pesino le nostre debolezze, i nostri limiti...qui li accettiamo e li condividiamo. Capita che ci abbracciamo e piangiamo. (…) Da un lato c’è l’arte che ti chiama e ti dice: “Davide vieni con me!”; dall’altra c’è la mia morosa: “Davide vieni con me!”. E Poi mio padre mi dice: “Davide ma...questa casa non è un albergo”. E ha ragione. E mi dice, “Vai all’università”. Se fosse per me so cosa vorrei fare: chiudermi in una sala prove e stare lì a suonare e comporre. Ma c’è tanto bene e affetto che ci tira fuori da questo e che vogliamo tenere.

A cosa avete rinunciato e a cosa rinuncereste per la
vostra passione?

Molto spesso ho rinunciato a molte uscite con gli amici; e sarei disposto a rinunciare alla maggior parte delle cose che faccio.

Adesso sto già rinunciando a quello a cui posso rinunciare (ore di studio per la scuola, uscite con gli amici), ma non ho molto altro da sacrificare quindi mi rendo conto che per ora è facile dire «Rinuncerei a tutto per la musica». Di sicuro però non voglio arrivare a cinquant’anni e dire «Se avessi investito di più nella musica!». Non voglio avere nessun rimpianto.

Rinuncio a ore di studio; a tanta benzina e tanti risparmi perché suonare costa. Rinuncio a ore di sonno, quello è pesante; forse ancora non posso dirti «Rinunciare alla mia stabilità mentale» perché non lo vorrei.

Rinuncio a trovare lavori fissi perché non so cosa possa succedere con la band; rinuncio a prendere aerei sicuri! Vado a lavorare il sabato mattina a verniciare degli appartamenti per tirare su dei soldi da investire in attrezzatura. Mi pesa il fatto che quel che mi sta portando a fare la vita, cioè chiudersi in quattro mura per imparare a fare qualcosa; (…) quel che mi manca sono i soldi, non l’impegno.

Che obiettivi vi siete dati?

Incidere un album.

Non vediamo l’ora di scrivere! Noi vogliamo scrivere tante cose nuove!
Più andiamo avanti più cresciamo e andiamo avanti.

Àpeiron: perché?

Un giorno, eravamo io e Gian Maria in un pub a Novellara e dovevamo decidere il nome del gruppo; ci chiedevamo: “In italiano o in inglese?
In italiano è da sfigati; andiamo di greco antico”. L’arché di Anassimandro, è un bel concetto se ci pensi; è infinito, indeterminato…

Comunque una volta ci hanno detto anche : “Oh, ma vi chiamate come il drink”!

Momento più emozionante, che vorreste rivivere?

Il primo giorno di prove!

Il primo applauso.

Quando siamo tutti e quattro insieme e parliamo di noi o tra noi o con qualcun altro.

Cos’è la musica per te?

Io scrivo per non far sentire le persone sole. Per me è sempre stato quell’amico che è con te quando sei sola. Voglio essere un supporto per chi non ha supporto nella vita; voglio che sentano quello che canto e che dicano “Anche io mi sento così”.

Suono per me perché ne ho esigenza fisica. Ma se mi esce fuori qualcosa di veramente bello non vedo l’ora di farlo sentire a tutti.

L’arte la fai perché non puoi non farla, secondo me; ma è anche vero che  la musica dipende dal pubblico: la musica prima ancora di essere suono è comunicazione.

Il suono è movimento e intenzione; quando suoni lo fai con tutto il corpo, con tutto te stesso e con tutto il cuore. È come quando dici “ti amo”: non puoi dirlo stando fermo, ti prende così tanto che sei tutto te stesso e ti muovi mentre lo dici.

Noi facciamo arte, non politica. Ma se ci chiedono di andare a una festa di estrema destra noi non andiamo, non ci mettiamo la mia faccia.

Città? Colore che vi rappresenta?

Amsterdam, la sera.

Verde – unione di giallo e blu, caldo e freddo.

La canzone che pensate che vi rappresenti meglio?

Dear Liar o Katharsis

Un buon musicista è per forza anche una bella persona?

Per essere un buon musicista, devi avere rispetto per gli altri, sensibilità artistica, volersi bene, bisogna essere buone persone. Almeno rendersi conto che siamo tutti esseri umani su questo mondo. L’arte ti fa diventare una persona migliore. L’arte e l’amore sono le cose più belle del mondo.

Non siamo mai i primi a dire su a qualche altro gruppo.

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